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Un quinto delle società in perdita cronica

Una società su cinque ha chiuso il bilancio in rosso dal 2009 al 2011, senza mai raggiungere il pareggio. Detto in un altro modo, su 500mila società di capitali, cooperative e consorzi, ce ne sono più di 100mila che da tre anni registrano una perdita nel conto economico.
Il dato è stato elaborato da Infocamere per il Sole 24 Ore e permette di osservare da un’angolatura inedita la realtà economica italiana: a parte l’agricoltura, l’incidenza più alta delle perdite si trova tra le società immobiliari e quelle operanti nel campo della ristorazione e della ricettività alberghiera. In tutti e tre questi settori, un bilancio su quattro non vede profitti (almeno) dal 2008. All’estremo opposto, invece, ci sono le società che si occupano di informatica e comunicazione, quelle attive nella sanità e nell’assistenza sociale e quelle che svolgono servizi professionali, scientifici e tecnici: qui la percentuale di realtà in rosso “sistematico” scende intorno al 15 per cento.
Gli effetti della crisi
L’interpretazione di questi dati chiama in causa – in prima battuta – la crisi economica e i suoi effetti sui diversi settori produttivi e sulle diverse realtà territoriali. «I bilanci delle società depositati presso il registro delle imprese nel formato Xbrl – sostiene il direttore generale di Infocamere, Valerio Zappalà – costituiscono una preziosa fonte d’informazione per leggere tempestivamente le dinamiche del tessuto imprenditoriale del Paese». Basta vedere, a esempio, la distribuzione su base regionale: Basilicata, Sardegna, Puglia, Calabria e Sicilia sono tutte al di sopra della media nazionale delle “perdite sistematiche”; Piemonte, Veneto, Lombardia Trentino-Alto Adige e Campania, invece, stanno meglio della media. Va considerato, però, anche un altro aspetto molto più sfuggente e difficile da quantificare: Srl e Spa hanno mediamente margini di manovra più ampi nella “quadratura” dei bilanci rispetto alle piccole imprese, e possono mettere in campo tutta una serie di strumenti e operazioni per minimizzare gli utili (o anche per azzerarli).
La normativa
Quante, tra le società in perdita, vanno veramente male? E quante, invece, risultano in rosso per eludere o evadere le imposte? Ci si può avvicinare alla risposta partendo dalla disciplina fiscale sulle società non operative (che non superano i ricavi minimi fissati dall’articolo 30 della legge 724/94) e quella sulle società in perdita sistematica (dettata dal Dl 138/2011, la manovra di Ferragosto dell’anno scorso). Di fatto, tutte le società che chiudono i conti con una perdita fiscale nei tre esercizi del triennio 2009-2011 sono indiziate di essere “di comodo” e sono colpite con una tassazione Ires maggiorata del 10,5% (per arrivare così al 38%), a meno che non rientrino nelle cause di esclusione stabilite dalla legge o nei casi di disapplicazione automatica fissati dal provvedimento delle Entrate dell’11 giugno scorso (ad esempio, se sono soggette a procedure concorsuali o hanno un margine operativo lordo positivo).
Nel mirino del fisco
Pur tenendo conto che il bilancio civilistico e quello fiscale non sono perfettamente allineati, l’analisi di Infocamere consente di “filtrare” con un buona approssimazione queste cause di esclusione e disapplicazione, individuando così le realtà che rischiano di finire nella rete tesa a suo tempo dall’ex ministro Giulio Tremonti. Il totale delle società di capitali nel mirino del fisco passa da 107mila a 22mila: cifra che potrebbe sembrare modesta rispetto alle attese, ma che non va sottovalutata. Queste 22mila società, infatti, potranno evitare le penalizzazioni tributarie solo presentando un interpello ben motivato alle Entrate (e sperando di vederselo accolto).
Come ha ricordato mercoledì scorso il direttore dell’Agenzia, Attilio Befera, in audizione alla commissione Finanze della Camera, finora sono stati presentati circa 1.400 interpelli e gli uffici hanno già risposto a metà di questi. Il bilancio del l’operazione – anche in termini di gettito – potrà essere stilato solo l’anno prossimo. Nel frattempo, resta un dato di fondo: escluse le perdite che il fisco considera sospette, ci sono circa 80mila società per le quali le perdite sistematiche sembrano pericolosamente reali.

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