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Un preliminare di ferro

Validità del preliminare di vendita nell’ipotesi in cui il bene immobile, oggetto di contratto, sia privo, anche solo in parte, di concessione edilizia: lo ha chiarito la Cassazione nella sentenza n. 20707/2017. Intervenuta sul ricorso di parte promissaria acquirente, la quale lamentava la nullità di una simile fattispecie contrattuale, chiedendone, al contempo, la sua risoluzione, la Corte ha avuto modo di ricordare che il contratto preliminare di compravendita di immobili, stipulato dopo l’entrata in vigore della legge in materia di «controllo dell’attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie» (la n. 47/85 e succ. mod.) non è passibile di nullità (sanzione prevista dall’art. 40 della predetta legge), stante la sua natura meramente obbligatoria, «ben potendo essere resa la dichiarazione o prodotta la documentazione relative alla regolarità dell’edificazione, all’eventuale concessione in sanatoria o alla domanda di oblazione e ai relativi primi due versamenti, all’atto della stipulazione del definitivo contratto traslativo, ovvero in corso di giudizio e prima della pronunzia della sentenza ex art. 2932 cod. civ. che tiene luogo di tale contratto».

Per i giudici della II sezione civile non poteva dedursi nullità del preliminare per abusività dell’immobile e questo sia perché «della – pervero soltanto parziale – abusività dell’immobile la promissaria acquirente era perfettamente a conoscenza sin dal momento della stipula del preliminare, sia perché detta situazione edilizia non precludeva la possibilità di rogare l’atto definitivo, essendosi di fronte, sotto il profilo della tipologia dell’abuso, a un vizio di regolarità urbanistica non oltrepassante la soglia della parziale difformità».

A nulla sono valse le censure mosse alla Corte territoriale la quale avrebbe «difettato nella interpretazione, non solo del contenuto del preliminare e nell’apprezzamento della documentazione [ ] ma anche e soprattutto nella valutazione delle testimonianze rese dai testi escussi»: per gli ermellini il ricorso andava rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali oltre agli accessori come per legge.

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