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«Un piano Ue per la manifattura»

«Eh, sì. Forse è complicato. Ma se non si parte da qui..». In effetti, anche solo osservando la lunga targa che declina in tutte le lingue dell’Unione il nome del Parlamento europeo, ci si potrebbe scoraggiare. Ma Fabio Storchi non ha dubbi: è anche qui, a Bruxelles, che le imprese devono investire tempo e risorse per provare a spingere la politica nella direzione dello sviluppo. Anche qui, non solo ovviamente. Perché già a fine novembre Federmeccanica, che Storchi presiede, aveva lanciato in Italia il proprio “manifesto” per il rilancio della manifattura, realizzato coinvolgendo in contemporanea più di 60 territoriali di Confindustria. Evento eccezionale, per rispondere ad una crisi che lo è altrettanto.
Ed è il motivo per cui Federmeccanica ha deciso ora di “alzare” ulteriormente il tiro, sbarcando a Bruxelles non solo per tenere il proprio board – evento inedito per la federazione della metalmeccanica italiana – ma soprattutto per incontrare i parlamentari europei attivi nelle diverse commissioni economiche e membri dell’esecutivo di Bruxelles per rappresentare loro le richieste della manifattura in vista di un obiettivo comune.
«Che è il rilancio dell’industria – scandisce Storchi nell’incontro tenuto ieri – perché senza industria non c’è ricchezza, lavoro, benessere, sviluppo. Ecco perché questo tema va messo in cima alle priorità dell’agenda europea».
Problema italiano ma non solo, quello del rilancio della manifattura. Settore che nell’intera Europa ha bruciato in pochi anni 3,5 milioni di posti di lavoro, con un gap di investimenti stimato in 500 miliardi di euro. Per l’Italia il gap nella metalmeccanica rispetto al periodo pre-crisi supera il 30%: un dramma, visto che questo deficit si realizza nel settore che rappresenta la spina dorsale del paese, oltre il 7% del Pil, 190 miliardi di export, 65 di avanzo commerciale. «È il momento di invertire la rotta rispetto alle politiche di austerità – spiega Storchi – e credo che le strategie europee vadano riviste in modo profondo. Il piano Juncker è un buon punto di partenza, così come positive sono le aperture in tema di flessibilità. Ora però serve uno shock positivo, azioni convergenti e programmate». A maggior ragione in un momento in cui le congiunzioni “astrali” sembrano favorevoli, con un mix di elementi di stimolo forse irripetibile. «Petrolio a buon mercato, euro in discesa e politiche espansive della Bce – chiarisce – offrono senza dubbio una spinta importante, ed è proprio per questo che ora l’Europa ha l’occasione di sviluppare nuove politiche orientate alla crescita».
Agenda ampia, quella che Federmeccanica propone al Parlamento Europeo, a partire dalla sistemazione di un quadro legale e normativo incerto, inadatto per incoraggiare gli investimenti. Il piano Juncker è visto come un buon punto di partenza, da puntellare però con interventi più ampi per rafforzare la capacità di innovazione delle aziende, permettere loro una maggiore flessibilità nella gestione del lavoro, creare in generale un ambiente più competitivo in Europa attraverso il maggiore coordinamento delle politiche economiche, fiscali e sociali. «Questa – aggiunge – è la strada obbligata per avviare una rinascita industriale in Europa e spingere il manifatturiero al 20% del Pil, cioè cinque punti in più rispetto ad oggi».
Difficile dissentire su questi obiettivi, che infatti a livello comunitario raccolgono ampi consensi. «Ci salveremo solo se ripartono le imprese – commenta il vicepresidente del parlamento Ue David Sassoli – e quando si dice che l’Europa deve crescere pensiamo soprattutto a voi, alle vostre aziende, un pezzo prezioso del know-how italiano». «Troviamo un tavolo per l’industria -aggiunge l’europarlamentare Patrizia Toia – e facciamo in modo di semplificare e disboscare ua legislazione ancora troppo pesante».
«La strada del declino non è inevitabile – commenta il direttore generale all’industria Daniel Calleja Crespo – e con gli investimenti previsti dal piano Juncker, più riforme strutturali nei paesi, interventi di armonizzazione sul mercato interno possiamo certamente raggiungere i target che ci siamo posti per l’industria».
Obiettivi da raggiungere quanto prima, perché nonostante qualche schiarita sul fronte macroeconomico, il portafoglio ordini delle imprese meccaniche continua a non entusiasmare.
«Qualche segnale positivo c’è per l’automotive – spiega Storchi – ma in generale per ora la ripresa non si vede. Confermiamo l’ipotesi di avere per l’intero 2015 volumi stabili, ancora giù nel primo trimestre e più tonici nei oeriodi successivi. Però vede, per crescere bisogna investire, e con questa politica fiscale è dura. Cosa si investe se con le tasse in Italia si prendono tutto?».

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