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«Un piano strutturale per l’industria»

Una ripresa che «si comincia a intravedere, sia pure un po’ lontana». Ma le indicazioni sono ancora «insufficienti per pensare ad una ripresa duratura». Sarà «lenta, perché l’Italia dovrà fare i conti con il credito scarso, alta disoccupazione, bassa redditività delle aziende, poche risorse nei bilanci delle famiglie».
Ecco perché Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, preme affinché il governo realizzi un «piano strutturale di politica economica» incentrato sull’industria. E chiede che venga messo nelle condizioni di agire: «Non possiamo perdere l’occasione di far lavorare alacremente e serenamente il governo, che ha di fronte un percorso difficile, ma nel quale nessuno dovrà mettersi di traverso».
Sono i numeri a imporlo: -1,9% il pil per il 2013; la «drammatica emergenza» della disoccupazione, con 1,8 milioni di posti di lavoro persi a fine 2014 «se tutto va bene» e un calo del pil a fine anno prossimo di 8 punti rispetto ad inizio crisi. «Per consolidare lo scatto di fiducia che c’è stato è necessaria una prospettiva di stabilità di lungo termine del governo», per dargli il tempo di «tracciare e soprattutto realizzare» un piano strutturale di politica economica.
«I segnali confermano che siamo arrivati al fondo e che si va verso la risalita», è il parere di Squinzi. «Non ci si può più permettere un paese inefficiente e disattento, abbiamo bisogno di istituzioni che funzionino, che tengano i tempi dell’economia. Serve senso di responsabilità, spesso assente nel passato, che è una leva per la crescita. Dobbiamo guardare all’interesse generale e non ai particolarismi». Le prime mosse del governo, ha ammesso il presidente di Confindustria, vanno nella direzione giusta, «si intravede un inizio di ritorno alla politica industriale», bene i primi interventi su bonus energia, le ristrutturazioni edilizie, gli incentivi finanziari per chi acquista macchinari. Vanno approvati subito i provvedimenti attuativi. Ma non basta: «Gli sforzi devono essere moltiplicati» e concentrati soprattutto su un disegno complessivo di politica economica che abbia al centro l’industria, «che richiede risorse; non aiuti, ma investimenti sulla crescita». Senza sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit-pil: «Non sono fanatico dell’austerità a tutti i costi, ma con la situazione dei mercati l’Italia correrebbe troppi rischi con un deficit elevato».
Da quando è al vertice di Confindustria, ha detto Squinzi, le analisi del Centro studi sono sempre state veritiere: «Ogni previsione ci mostra un quadro peggiore del precedente, il che mi mette in crisi anche personalmente», ha detto Squinzi, con una battuta «non vorrei essere io a portare rogna». Ma si può voltare pagina: «Ce la possiamo, ce la dobbiamo fare».
Bene ha fatto il governo Letta a mettere al centro il lavoro, «il cuore del problema, che mette a repentaglio la tenuta del sistema sociale e rischia di avviare una deriva populista con soluzioni demagogiche, che non gioveranno alla nostra economia». Peccato che nel pacchetto lavoro sia stata tolta la flessibilità per Expo 2015: «Siamo rimasti un po’ delusi, l’Expo è una delle prime opportunità che abbiamo per uscire dalla crisi», ha detto Squinzi, citando una ricerca Bocconi in base alla quale dal 2012 al 2020 l’evento occuperà 199mila persone e che gli investimenti dei partecipanti ufficiali supereranno il miliardo di euro, con una produzione aggiuntiva sull’economia stimata di 24,7 miliardi. Sempre sul pacchetto lavoro e sull’obiettivo del ministro Giovannini di ridurre la disoccupazione di 2 punti Squinzi ha commentato: «Le previsioni sono una cosa, poi bisogna vedere se il risultato è quello».
Bisogna puntare anche su altre priorità: credito, competitività e investimenti. La mancanza di liquidità frena lo sviluppo delle imprese. Occorre migliorare il mercato delle obbligazioni per le pmi, la cartolarizzazione dei prestiti bancari, ma soprattutto vanno pagati i debiti della Pa. «I 40 miliardi sono stati ottenuti anche grazie a Confindustria, ma ora bisogna andare avanti».
Sulla competitività, bisogna agire sugli oneri sociali ed eliminare il costo del lavoro dalla base imponibile Irap, «oltre a lasciare più soldi in tasca ai lavoratori anche con gli assegni familiari». Il 53% di cuneo fiscale «è una cosa gravissima», ha sottolineato nel pomeriggio all’assemblea degli industriali di Monza e Brianza (un cenno anche al Gran Premio F1: «Cancellarlo sarebbe una cosa tristissima, è un grande business»). Sono queste le priorità: «Se si trova un sistema per ritardare o non fare l’aumento dell’Iva, non possiamo che dichiararci a favore, ma le priorità restano altre», aveva detto Squinzi in mattinata, parlando a Radio Anch’io, riferendosi anche all’Imu sui beni delle imprese.
Bisogna ridurre le tasse su imprese e lavoro, «compensandole con un lieve aumento di quella sui consumi», oltre al taglio delle spese correnti improduttive per spingere gli investimenti, pubblici e privati e rilanciare la domanda interna, con la manifattura motore dello sviluppo. Inoltre bisogna puntare sull’export: «La Cabina di regia non ha portato i risultati attesi».
Un cenno anche al Consiglio europeo: «Mi auguro che dal vertice esca una forte accelerazione verso un’Europa vera e completa, verso un industrial compact. Ha ragione il primo ministro Letta nel dire che se l’Europa si ferma è perduta, mi auguro che non si aspettino le elezioni tedesche per portare la Ue fuori dalla recessione».

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