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Un «piano Marshall» per i bond sovrani Ue

di Alberto Ronchetti

I piromani del credito, gli analisti di Standard & Poor's, hanno colpito ancora. Venerdì sera hanno sparato una raffica di downgrade contro l'Europa. Francia e Austria hanno perso la tripla A, l'Italia è caduta in serie B. Mosse attese, ma sempre foriere di tensioni sui mercati. Vedremo questa mattina, alla riapertura dei mercati.
La nostra prima importante asta dell'anno – quella dei BoT di giovedì scorso – era andata bene, con i rendimenti annuali più che dimezzati (al 2,7%) rispetto all'emissione precedente. Venerdì mattina anche il collocamento dei BTp triennali è stato ok, con i rendimenti scesi al 4,8% dal precedente 5,6 per cento. Poi, in serata, l'annuncio di S&P. Che ormai, per modi e tempismo, ogni volta rafforza legittimi dubbi sulla propria "neutralità" rispetto al mercato. Ma tant'è, almeno finchè la questione dell'affidabilità dei giudizi delle agenzie di rating non sarà posta a livello globale. A questo punto la vera prova per noi sarà – ancor di più – da fine mese in poi, quando arriverà il grosso del rifinanziamento con le aste per le scadenze più lunghe. Quest'anno vanno rinnovati titoli sovrani italiani per circa 400 miliardi di euro, 150 dei quali tra febbraio e aprile.
Solo allora capiremo se le tensioni sui nostri titoli di Stato rientreranno oppure no. Certo, adesso le attese sono comunque migliori rispetto a solo tre mesi fa. Ma c'è di più: una mano al consolidamento della stabilità europea potrebbe venire anche dagli Stati Uniti. Molti gestori pensano che la Fed, al di là dell'ufficialità, non veda l'ora di lanciare un terzo "Quantitative easing" per dare liquidità al sistema, anche perché una recessione nel Vecchio continente rappresenterebbe un grande problema pure per gli Usa.
«L'economia europea e il suo andamento sono un punto di riferimento fondamentale per gli Stati Uniti – osserva Alida Carcano, vicepresidente di Valeur Investments –. Inoltre non possiamo dimenticare che, se l'Europa e l'Italia hanno una gran massa di debito pubblico da rinnovare nel 2012, lo stesso vale anche per l'America (grosso modo 2.800 miliardi di dollari) e il Giappone (circa 3mila miliardi di dollari). Per questo credo che un "Qe3" possa essere messo in campo molto presto: sarebbe bello se arrivasse fra marzo a aprile, quando gli elevati rendimenti europei e italiani potrebbero attrarre capitali d'oltreoceano». Una questione importante per gli americani, aggiunge Carcano, è però il cambio. Adesso l'euro è sceso, e agli americani conviene comprare, ma se il trend dovesse cambiare potrebbe sorgere qualche problema.
Comunque il problema vero, osserva Carcano, non è la sottoscrizione delle aste («La liquidità necessaria alla fine si trova»), quanto piuttosto le prospettive di crescita. «Il rischio per l'Italia è di finire come la Grecia, che è stata messa in ginocchio da un'austerità che ha ammazzato l'economia. Finora in Italia si è visto poco per la crescita, ma i prossimi due mesi saranno decisivi per prendere le misure necessarie per rilanciarla».
I timori relativi alla crescita sono la causa prima delle incertezze sull'opportunità di investire nelle obbligazioni sovrane italiane. «In questo momento – spiega Mario Fraefel, responsabile Fixed Income Credit e gestore del Jb Euro Bond Fund di Swiss & Global Asset Management – abbiamo un approccio prudente sugli investimenti in obbligazioni dell'Europa periferica; le prospettive di una crescita debole e l'indebitamento elevato non sono certo di buon auspicio in vista del forte fabbisogno di rifinanziamenti che alcune di queste nazioni avranno nel corso del 2012». Ma se i Governi avvieranno misure credibili, «rivedremo probabilmente la nostra posizione, perché i rendimenti sono estremamente interessanti».

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