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Un perimetro per il pignorante

Il creditore pignorante non può abusare del processo esecutivo. Nel segno della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «In sede esecutiva, costituisce abuso del processo la moltiplicazione delle iniziative esecutive che, senza frutto per il creditore, hanno l’unico effetto di far lievitare i costi della procedura». Lo afferma la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 15077, depositata il 31/5/2021.

Secondo la giurisprudenza consolidata, come si ripercorre nella decisione, l’abuso del processo è quella particolare condotta caratterizzata da un elemento oggettivo ed uno soggettivo: il primo consiste nell’utilizzato per fini diversi, illegittimi ed ulteriori da quelli propri dello strumento processuale; il secondo consiste nella condotta tenuta in violazione del generale dovere di correttezza e buona fede (tutti nel codice civile italiano).

Nel caso deciso dalla Corte (la decisione si rifà velatamente al principio di protezione di cui all’art. 1 del protocollo addizionale di Parigi del 1952 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il quale sancisce ed afferma che «ogni persona fisica o giuridica diritto al rispetto dei suoi beni», un creditore si era premurato dell’ottenimento di cinque titoli esecutivi iniziando altrettante esecuzioni forzate, nelle forme del pignoramento presso terzi e nei confronti del medesimo debitor debitoris. Il giudice dell’esecuzione licenziava tali multiple azioni esecutive unificando il tutto sotto unico ruolo di decisione così assegnando le somme precettate, ma liquidando un solo onorario unitamente alla voce di spesa. Da qui l’impugnazione per Cassazione del creditore in lamentela della sottostima operata dal tribunale adito sia per le spese che per gli onorari.

La Corte di legittimità, tuttavia, non ha avuto mezzi termini per definire il comportamento del ricorrente-creditore come non indirizzato, nella realtà, a tutelare diritti conculcati, ma evidentemente finalizzato a crearne di nuovi ed ingiustificati nuocendo, per l’effetto, la controparte.

È qui che il Collegio di nomofilachia ha tenuto a precisare che tale condotta viola il dovere di correttezza (nella relazione al codice civile) in base al quale «è (…) spirito di lealtà, (…) di chiarezza e di coerenza, fedeltà e rispetto a quei doveri che, secondo la coscienza generale, devono essere osservati nei rapporti tra consociati»; cosa, quest’ultima, che richiama il creditore a prendere in considerazione l’interesse del debitore il quale ultimo ha diritto a non vedersi soggiogato e, al contempo, colpito dall’esecuzione in sé di più di quanto dovrebbe spettargli rispetto al soddisfo del relativo debito. Qualsiasi iniziativa processuale intesa a conseguire un ingiusto vantaggio, distorcendo i fini naturali del processo civile, risulta in pieno abuso e perciò legato anche un profilo deontologico forense tra i più delicati come l’art. 66 il quale recita, appunto, che «l’avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria della controparte, quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita». Profilo deontologico che, per come collegato a fattispecie simili, è stato oggetto ripetutamente delle decisioni della Corte: non ultima, a sezioni unite, la sentenza n. 27897 del 23/11/2017.

Il fil rouge della logica-giuridica nomofilattica che ha portato il Collegio a rigettare il ricorso del creditore multiplo sta nel fatto che la conseguenza di una simile condotta non può che essere «l’irripetibilità delle spese superflue o, peggio, fatte lievitare ad arte dal creditore: irripetibilità che, quand’anche non esistesse l’art. 92, comma 2, c.p.c., o non se ne volesse predicare l’applicabilità al processo esecutivo, comunque discenderebbe dalla violazione dei ricordati doveri di correttezza e buona fede, e prima ancora sul principio di auto-responsabilità» (quest’ultimo principio legato al secondo comma dell’art. 1227 cc, stando al ragionamento degli Ermellini).

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