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Un paracadute anche per le taglie medie

Come un’assicurazione. Se la crisi è «un incidente di percorso» per un’azienda, può essere coerente varare un meccanismo di cassa integrazione simile a quello del bonus/malus. Questo è il principio che ha reso possibile l’estensione degli ammortizzatori sociali alle aziende più piccole, quelle al di sotto dei 15 dipendenti e fino ad un minimo di 5. Con l’obbligo di pagare un contributo per finanziare questi strumenti, visto che la cassa integrazione in deroga era pagata con la fiscalità generale, cioè con le tasse di tutti i contribuenti. Il meccanismo, da applicare ad aziende grandi e piccole, è davvero simile a quello previsto per l’assicurazione di chi guida la macchina: più un’azienda in crisi fa ricorso al sostegno al reddito per i suoi lavoratori, più alto diventa il contributo che deve pagare. 
Nuove regole
Dal primo gennaio 2017, come previsto dal Jobs Act, inoltre, dovrebbe definitivamente sparire la cassa integrazione in deroga, l’ammortizzatore oggi usato dalle piccole imprese e finanziato in larga parte dalla fiscalità generale. Sarà limitata anche la cassa a zero ore, quella in cui i lavoratori che prendono il sussidio non lavorano: resterà utilizzabile solo in caso di vera e propria riconversione industriale, quando è necessario fermare gli impianti e formare i lavoratori. Il Jobs Act e i suoi provvedimenti stabiliscono anche che, prima di fare ricorso alla cassa integrazione, sarà necessario attivare i contratti di solidarietà, che riducono l’orario di lavoro dei singoli dipendenti e le loro buste paga.
«All’inizio il timore — ricorda Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato — era che i nuovi ammortizzatori andassero a comporre un vestito di taglia unica troppo largo per le piccole imprese. Il risultato finale invece ci trova abbastanza d’accordo, perché è stata riconosciuta una diversità tra piccole e grandi imprese che, tra l’altro, sono quelle che negli anni scorsi, anche prima della crisi, avevano abusato dello strumento di cassa integrazione».
Le aziende artigiane dovranno aderire a un fondo bilaterale di solidarietà con un’aliquota pari allo 0,50% del monte salari. Sarà più alta di quella fissata tre anni fa dalla legge Fornero (0,20%) e che un accordo fra le parti sociali aveva già reso applicabile anche alle microimprese, quelle con un solo lavoratore. La quota dovrebbe essere per due terzi a carico dell’impresa, per il resto del lavoratore. Le stime dicono che questo meccanismo dovrebbe generare un gettito di circa 80 milioni di euro l’anno. La durata massima dell’ammortizzatore dovrebbe essere pari a tre mesi. «Non è un meccanismo di favore nei nostri confronti — precisa Fumagalli— è semplicemente tarato sulle dinamiche delle Pmi: se infatti una piccola impresa ricorre alla cassa integrazione non può usarla per più di tre mesi, perché dopo sarebbe già fuori mercato».
Commercio
Lo stesso meccanismo dell’artigianato si applica anche al settore del commercio. In questo caso però, le parti sociali (ai tempi della legge Fornero) non avevano trovato l’accordo sul fondo bilaterale e sarebbe toccato alle singole aziende versare un contributo sempre pari allo 0,50 per cento del monte salari. Quel meccanismo diventa adesso obbligatorio e dovrebbe produrre risorse per quasi 200 milioni di euro.
Sia per il commercio che per l’artigianato però resta da risolvere un ultimo inghippo: sindacati e imprese chiedono che, nel periodo di sostegno al reddito, sia lo Stato a farsi carico dei contributi previdenziali che, altrimenti, il lavoratore dovrebbe pagare di tasca propria. Il governo fa ancora resistenza perché vorrebbe dire investire risorse proprio nel momento in cui si cerca di risparmiare sostituendo la cassa integrazione in deroga, coperta con le tasse, con un meccanismo auto finanziato. Su questo punto la partita è ancora aperta e la soluzione non sembra vicina.
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