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«Un palazzo di scrivanie condivise la banca cambia ma resta a Roma»

Se non è il banchiere più longevo d’Italia, poco ci manca: Luigi Abete sta per compiere vent’anni da presidente della Banca nazionale del lavoro, gruppo Bnp-Paribas.

Il momento giusto per traslocare?

«Il gran giorno è il 21 aprile. Capirà che non è un caso se abbiamo deciso di cominciare il trasloco dalle sedi proprio per il Natale di Roma. Trecentocinquanta persone ogni fine settimana, per dieci settimane. Per un totale di 3.500».

Un messaggio in francese alla città da cui quasi tutti sembra vogliano scappare?

«Di sicuro noi restiamo. Alla casa madre hanno imparato tutti l’italiano nel giro di un anno dopo aver acquisito la Bnl. Sottovalutiamo Roma, però questa città e l’Italia sono un pezzo importante d’Europa. E il nostro gruppo dirigente, tutto italiano, è stato capace a coniugare le due identità, italiana ed europea insieme. Senza spezzare il legame strettissimo con questa città: siamo partner di Santa Cecilia, del Festival del Cinema, degli Internazionali di tennis…».

E ora andate al Tiburtino

«Da via Veneto 119 a viale Altiero Spinelli 24. Chiesi io a Ignazio Marino di intitolare la strada a uno dei fondatori dell’Europa, perché crediamo che vada rilanciata. Abbiamo proposto pure che gli altri ingressi verso Pietralata si aprissero su una strada intestata a Beniamino Andreatta…».

Sicuri che al Campidoglio di Virginia Raggi nessuno obietterà che è un nome da prima repubblica?

«Ce ne fossero come lui. Ma so che al Comune hanno ben chiare le prospettive dell’area dov’è la nostra nuova sede».

C’è la stazione dell’alta velocità: basterebbe questo .

«Chi scende dal treno o dalla metropolitana arriva in banca senza l’ombrello, quando piove, vero. E c’è anche l’autostrada a un passo, e il terminal degli autobus. Ma in quell’investimento da 280 milioni non c’è solo la scelta di un luogo idoneo logisticamente e la necessità di razionalizzare gli spazi, per cui di otto sedi romane ne resteranno solo due con il risultato che i costi si ridurranno del 30 per cento. E’ la filosofia, il cambio di cultura che sono decisivi. Il 98% delle postazioni di lavoro saranno aperti e condivisibili da tutti».

Significa che la scrivania e il computer seguiranno l’impiegato ovunque andrà?

«Abbiamo affrontato il progetto della nuova sede seguendo il principio che la logistica, il modo di lavorare e la tecnologia devono parlare lo stesso linguaggio per dare risultati importanti. Isolati l’uno dall’altro, l’effetto è completamente diverso. Oggi la Bnl ha circa 1.100 persone che un giorno alla settimana non lavorano in ufficio, e contiamo di arrivare a 2.000. All’inizio molti erano restii, ma ora sono quasi tutti d’accordo».

Non le fa tristezza lasciare via Veneto?

«Niente affatto. Le banche sono imprese e devono occupare spazi efficienti. Non si possono più permettere certe manifestazioni di opulenza immobiliare tipiche di un passato non indimenticabile. È un messaggio sbagliato».

In effetti, oggi l’immagine bancaria non è smagliante.

«Bisogna parlare il linguaggio del cliente, è un grave errore isolarsi dalla società che cambia. A Milano abbiamo fatto la medesima operazione, trasferendoci in un grattacielo a metà strada fra le stazioni Centrale e Garibaldi».

Che ne sarà di questo grande palazzo progettato da Marcello Piacentini?

«Diventerà un albergo. E poi lo venderemo al migliore offerente. Siamo a via Veneto, non avremo problemi».

Proprio sicuro? E le soprintendenze, le destinazioni d’uso e tutto il resto? Immagino che avrete già sperimentato i problemi della burocrazia con la nuova sede.

«Potrebbe sembrare così. Ma quando si confrontano con un soggetto autorevole ed efficiente, i lacci della burocrazia non sono poi così stretti. Abbiamo costruito in tre anni».

Forti con i deboli e deboli con i forti. La solita storia.

«In un certo senso. Anche se per ristrutturare villa Blanc, la nuova sede della Luiss, università della Confindustria, ci sono voluti vent’anni.».

Vent’anni fa lei era già alla Bnl. Ricorda?

«Eccome. Avevo appena lasciato la presidenza della Confindustria e Prodi e Dini vollero che entrassi nel consiglio della banca, che doveva essere privatizzata».

La privatizzazione non è stata una passeggiata.

«Prima si tentò un accordo con il Monte dei Paschi: fu impossibile, perché loro volevano il 51%, e finire al Comune di Siena non era una privatizzazione. Poi, ecco le scalate».

L’Unipol di Consorte sembrava senza ostacoli.

«Il governatore Fazio non voleva gli stranieri, D’Alema e Berlusconi avevano altri progetti. Per fortuna la collettività della Bnl si oppose con tutte le forze all’operazione dei “furbetti del quartierino”».

La scalata fallì per merito vostro? Questa è nuova.

«La Bnl fu granitica. Il capo della Cgil si rivelò il nemico più acerrimo degli scalatori. La nostra comunità aveva fatto la sua scelta, entrare in un grande gruppo internazionale per preservare l’identità».

I francesi hanno speso 10 miliardi e mi viene a dire che è stata una vostra scelta?

«Dico che la nostra idea si è realizzata. Qui il management è tutto italiano. E, per inciso, pure l’operazione Tiburtino è un’idea nata a Roma».

Sergio Rizzo

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