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«Un nuovo Imi per le imprese Così si rilancia lo sviluppo»

«L’Italia ha mantenuto una industria manifatturiera forte, la seconda in Europa. E sta ottenendo risultati eccellenti nelle esportazioni, ma occorre fare di più. Occorre una svolta per ridare slancio al sistema delle imprese». Roberto Poli, da mezzo secolo protagonista di grandi ristrutturazioni industriali e finanziarie, per nove anni presidente dell’Eni, uno dei pochi capace di mantenere rapporti di stima con personaggi agli antipodi come Romano Prodi e Silvio Berlusconi, è convinto che «oltre alla normale amministrazione del governo Letta servano strumenti adeguati e innovativi per rilanciare il Paese». Così coglie l’occasione per tirare fuori dai cassetti il progetto di «un nuovo Imi per lo sviluppo», con la missione «di finanziare le imprese per renderle ancora più competitive sui mercati esteri, fermando il cancro della delocalizzazione ed avviando una reindustrializzazione moderna, con visione strategica, un po’ come ha fatto e sta facendo la presidenza Obama negli Stati Uniti».
Perché è necessario?
«Le aziende italiane stanno vivendo momenti difficili, strette tra l’impossibilità d’incassare i crediti verso la Pubblica amministrazione e le difficoltà nell’accesso ai finanziamenti bancari con la conseguenza di rischiare la morte per asfissia finanziaria. Tutto ciò aumenta una carenza cronica del sistema: la mancanza di capitali adeguati proprio quando le aziende dovrebbero tornare ad investire in produzione e ricerca. Siamo in un circolo vizioso con l’aggravante di una burocrazia opprimente ed inefficiente. Non può esistere un Paese forte senza una industria manifatturiera forte, che sia in grado di rilanciare l’occupazione. Ecco perché servono degli acceleratori e il nuovo Imi potrà essere uno di questi per rilanciare gli investimenti, pubblici e privati, nei settori tradizionali come in quelli innovativi. La necessità è di finanziare in modo adeguato e selettivo i nuovi investimenti e anche la ricerca. Proprio l’Imi, del resto, aveva come punto di forza una sezione speciale per gli investimenti in ricerca».
Qual è, oggi, il pericolo principale?
«La logica ragionieristica. Il debito pubblico è molto rilevante e l’attenzione ai conti dello Stato è d’obbligo, ma da sola non può portare alla crescita. Occorrono più modalità di intervento straordinario: la riduzione del cuneo fiscale e della spesa pubblica, una vera rivoluzione sulla burocrazia. Il Paese ha più riserve e potenzialità di quanto si creda: risparmio, capacità imprenditoriali, volontà di competere. Occorre che le imprese siano messe in grado di competere alla pari con i loro concorrenti europei. Certo dobbiamo prendere iniziative coraggiose dando strumenti adeguati al Paese».
Chi può essere l’azionista di riferimento?
«C’è un candidato naturale: la Cassa depositi e prestiti. Ma senza esclusive, per esempio coinvolgendo i gruppi bancari più grandi, da Intesa Sanpaolo all’Unicredit e magari fondi sovrani che vogliono avere una finestra per le opportunità in Italia. L’operazione dev’essere di sistema. La Cassa depositi e prestiti dovrà diventare un punto di riferimento dell’azionariato e potrebbe completare la gamma dell’offerta di servizi alle imprese avendo già acquisito il controllo di Simest e Sace, che operano egregiamente a supporto dell’internazionalizzazione delle aziende».
Il riferimento all’Imi evoca pagine gloriose di sviluppo industriale ma anche l’invadenza della politica…
«Quella va evitata, ma oggi è un pericolo piuttosto remoto, non esistendo più le partecipazioni statali influenzate dal potere politico. La politica ha altro a cui pensare e la Cassa depositi e prestiti ha avuto una profonda evoluzione e ha azionisti privati come le fondazioni bancarie, che hanno un ruolo importante garantendo l’equilibrio necessario».
L’Imi fu costituito nel 1931 dalla Cassa depositi e prestiti su volontà di Alberto Beneduce, fondatore nel 1933 anche dell’Iri e suocero del banchiere Enrico Cuccia, per finanziare la ripresa dopo la grande crisi del 1929. Perché torna di attualità?
«L’Italia ha grandi banche universali che possono competere bene a livello nazionale ed europeo. Quello che va rafforzato è il sistema delle aziende di medie e piccole dimensioni che sono l’asse portante del Paese, anche per farle diventare grandi e internazionali, pronte ad operare nell’economia globale. Queste imprese spesso trovano difficoltà a dialogare con grandi banche generaliste a decisione accentrata».
Può descrivere l’identikit del nuovo Imi?
«Servono più ingegneri e meno finanza in senso stretto, più conoscenza dei distretti industriali e meno proiezioni sul solo andamento dell’ebitda (uno degli indici di bilancio più diffusi, ndr) più attenzione allo sviluppo delle filiere industriali e non una visione di singola impresa. Serve una struttura snella e non burocratica, capace di avere rapporti continuativi con la Banca europea degli investimenti (Bei) e di assistere anche le imprese per l’utilizzo di fondi strutturali europei spesso sprecati».
Non c’è il rischio di far nascere un carrozzone pubblico e lottizzato?
«Certamente no. La Cassa depositi e prestiti ha dato in questi ultimi anni la prova concreta di indipendenza nell’ambito di interessi pubblici, assicurando al management delle partecipate ampia autonomia gestionale. Il rischio non può essere paralizzante. E non sempre l’appartenenza all’area pubblica è sinonimo di negatività. La Banca Commerciale Italiana, lo dico per esperienza diretta dato che sono stato moltissimi anni presidente del collegio sindacale, era controllata dall’Iri ma al tempo stesso era una banca fantastica, gestita con criteri privatistici senza che l’azionista potesse intervenire. Sace e Simest sono esperienze di successo pur essendo da sempre controllate da capitale pubblico, oggi da Cassa depositi e prestiti».
La rinascita dell’Imi non è un inedito. Lei stesso l’aveva proposto una decina di anni fa…
«Vero, è una vecchia idea che ritengo valida oggi a maggior ragione ed a cui non rinuncio. Attualmente è la strada da percorrere come antidoto ai rischi di troppa finanza nell’economia e contro il pericolo di un sostanziale immobilismo. Nei giorni scorsi, sia pure in forma diversa, il governo Hollande si è mosso nella direzione di assicurare finanziamenti adeguati alle imprese. Per quanto riguarda il nuovo Imi ritengo che sia arrivato il momento di trasformare una bella idea in realtà. I tempi sono maturi».
Come andrebbe finanziata l’operazione?
«Le obbligazioni rappresentano lo strumento principale. Quelle emesse dalle banche sono prodotti complessi, talvolta di finanza strutturata, adatti per gli addetti ai lavori. Servono obbligazioni con rendimenti interessanti, titoli semplici e affidabili con durata lunga. La presenza della Cassa depositi e prestiti nel capitale del nuovo Imi garantirebbe un rating buono. Titoli perfetti per essere sottoscritti dai fondi pensione e dalle casse di previdenza oltre che dai risparmiatori».
Quanto capitale e quale struttura organizzativa?
«Un capitale iniziale di 3 miliardi con obbligazioni per 10 volte garantirebbe una massa di manovra pari a 30 miliardi. Dopo il primo biennio si potrebbero aumentare le dimensioni del capitale a 5, 10 miliardi. L’organico snello e di persone qualificate potrebbe essere di 100 persone».
Quanto tempo serve per rendere operativo il nuovo Imi?
«Se c’è la volontà bastano sei mesi».

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