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Un new deal per superare la moratoria

di Chiara Bussi

L'appuntamento è fissato per oggi pomeriggio nella sede del Tesoro. È qui che si riunisce il tavolo per tentare di sciogliere gli ultimi nodi tecnici in vista di un accordo sui debiti delle Pmi, proprio nel giorno in cui scade la moratoria siglata nell'estate 2009.

La vera novità è la ricerca di una strategia di medio-lungo periodo nei rapporti tra banche e imprese, con la copertura dal rischio tassi a condizioni agevolate e una rimodulazione delle scadenze dei finanziamenti, che dovrebbe oscillare tra due e tre anni a seconda del tipo di mutuo. Per la prima ipotesi restano da verificare le modalità per consentire che la protezione dal rischio dei tassi avvenga con meccanismi certi e semplici per le imprese. Il tavolo dovrà poi stabilire a quali condizioni potrà essere effettuata la rimodulazione delle scadenze. Ma anche la possibilità di coinvolgere il Fondo di garanzia pubblico e la galassia dei Confidi.

A presiedere l'incontro di oggi, secondo quanto si apprende, sarà il dirigente generale del Tesoro, Andrea Montanino, che punterà a verificare le condizioni per un accordo semplice e formule di facile applicazione. Un maxi-tassello da aggiungere al puzzle dell'accesso al credito.

Ad annunciare che un'intesa è vicina è stata la settimana scorsa la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «Stiamo arrivando – ha detto – a una conclusione positiva della trattativa, ancora in corso» (Si veda Il Sole 24 Ore del 27 gennaio). Le ipotesi sul tappeto prevedono anche la riapertura di una nuova «finestra» di sei mesi per le imprese che finora non avevano beneficiato della sospensione dei debiti e che possono ora ottenere una boccata di ossigeno di un anno. Quelle che invece hanno già usufruito dello strumento della moratoria possono rientrare in gioco per chiedere la sospensione delle rate su altri finanziamenti. L'obiettivo, come ha sottolineato il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito la settimana scorsa, è trovare una soluzione operativa per consentire «un'uscita morbida» dall'attuale moratoria.

Finora, secondo gli ultimi dati comunicati dal Tesoro a fine 2010 e relativi al mese di ottobre, sono state circa 183mila le domande accolte da parte di imprese in difficoltà, per una sospensione di debiti pari a 55 miliardi di euro. Una quota consistente di richieste, secondo le informazioni raccolte dal Sole 24 Ore, è stata veicolata dai big del credito: Intesa Sanpaolo ha accolto oltre 53mila domande, Unicredit circa 20mila, Mps 8.503, Banco Popolare oltre 7.500.

In attesa di novità dalla riunione di oggi le ultime indicazioni sull'accesso al credito da parte delle imprese sembrano indicare segnali di distensione nel rapporto con le banche. A novembre 2010, secondo l'Abi, i prestiti alle imprese hanno segnato un aumento dell'1%, dopo il punto più basso toccato nel gennaio di un anno fa (-3,1 per cento). La recente indagine sul credito della Banca d'Italia sembra inoltre confermare che le imprese stanno tornando a bussare alla porta delle banche. A gennaio la percentuale netta delle Pmi che dichiarano una variazione della domanda ha raggiunto quota 62,5 contro 35,7 dei tre mesi precedenti e 12,5 di un anno fa. A spingerle è soprattutto l'esigenza di ristrutturare il debito, ma ci sono timidi segnali di richieste anche per scorte e capitale circolante.

«È un accesso al credito ancora dettato dalle sofferenze, da parte di imprese che si stanno ancora leccando le ferite della crisi – afferma Bruno Scuotto, presidente della Piccola Industria di Confindustria Campania – e per questo ancora molto sterile. La collaborazione con le banche, però, ora è reale, i linguaggi sono condivisi e c'è una maggiore predisposizione ad andare incontro alle aziende». Il credito, però, continuerà ad essere selettivo: «A resistere – aggiunge – saranno le Pmi che faranno nuovi investimenti, scommettendo su nuovi mercati e prodotti e troveranno nel sistema bancario non più una stampella ma un trampolino». Le nuove esigenze richiederanno uno «sforzo comune», aggiunge Bruno Di Stasio, presidente della Piccola Industria di Torino. «Spesso le banche chiedono alle imprese la situazione finanziaria netta ancor prima del nome – spiega – ma devono saper guardare alle piccole imprese al di là del rating, con una valutazione prospettica sulle potenzialità di superare la crisi. E dal canto loro, le imprese devono saper parlare con un linguaggio nuovo».

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