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Un milione di poveri in più nonostante la diga dei sussidi

Come era (purtroppo) prevedibile la povertà assoluta in Italia nel 2020, l’anno della pandemia, è aumentata. Un milione in più di persone rispetto all’anno precedente: in assoluto sommando flussi e stock si arriva a 5,6 milioni di individui che fanno salire l’indice di povertà assoluta dal 7,7 al 9,4%. Ce lo ha detto ieri l’Istat e i dati che ci ha fornito convalidano le prime impressioni che si erano ricavate esaminando le file milanesi del dicembre scorso al Pane Quotidiano.

A retrocedere nella scala sociale sono soprattutto i working poor, i «penultimi» che hanno perso in questi mesi il lavoro precario prevalentemente nel settore terziario, che per lo più sono residenti al Nord e nelle aree metropolitane o limitrofe. Nel solo Settentrione infatti ad essere scivolati nella povertà assoluta sono 218 mila famiglie che corrispondono a 720 mila persone, nel Mezzogiorno il flusso di nuovi indigenti è più limitato (186 mila unità) ma lo stock è storicamente più largo (l’11,1% degli individui). Il bilancio dunque è complessivamente negativo ma vista l’ampiezza della crisi pandemica i numeri avrebbero potuto essere anche decisamente peggiori. Non siamo al collasso sociale, per dirla in breve.

La relativa tenuta degli argini la si deve al reddito di cittadinanza e al reddito di emergenza che avrebbero potuto funzionare meglio ma comunque hanno assolto un ruolo di diga. Non è un caso che la povertà assoluta cresca relativamente più al Nord, meno “bagnato” dal reddito di cittadinanza rispetto al Sud.

Al Sud

Al Sud 186 mila nuovi poveri, ma lo stock è storicamente più largo: l’11,1% degli individui

Una conferma di quest’interpretazione «moderata» viene anche da un parametro aggiuntivo che ci fornisce l’Istat: l’intensità della povertà. Come è risaputo l’indice di povertà assoluta — uno dei tre che misurano statisticamente l’indigenza — si ricava calcolando la distanza della qualità della spesa delle famiglie/persone rispetto a una soglia minima di acquisti di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. Ebbene, i dati di ieri ci dicono che questa distanza («intensità») è addirittura diminuita dal 20,3 al 18,7%. Vuol dire che molte famiglie nel terribile 2020 sono scivolate purtroppo in povertà assoluta, ma sono riuscite comunque a mantenere un regime di spesa per consumi dignitoso, grazie anche ai sussidi governativi elargiti.

Chi come i lavoratori precari ne è rimasto in qualche modo escluso ha pagato il prezzo più alto. Un altro dato interessante che spiega l’uso del termine «penultimi» lo troviamo nel raffronto tra famiglie italiane e straniere. L’indice di povertà assoluta di quest’ultime passa dal 22 al 25,7%, ma anche in questo caso per l’effetto di stock. I flussi ci dicono, infatti, che su 100 famiglie che diventano povere oggi 80 sono composte solamente da italiani. Esaminando, poi, l’evoluzione della spesa degli italiani sotto lo schiaffo della pandemia si vede come diminuendo drasticamente (-9,1% anno su anno) sia andata però concentrandosi attorno a due pilastri essenziali, cibo e casa. Le spese per alimentari e abitazione di tutte le famiglie sono passate infatti dal 53,1 al 58,4% in un anno e se prendiamo, invece, in esame solo le famiglie in povertà assoluta l’incremento è stato ancora più significativo arrivando a 77,1%. Il paniere dei consumi si è ristretto in quantità e in ampiezza.

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