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Un gruppo indiano per Piombino

Back to basic. A Piombino si ritorna finalmente a parlare di acciaio. Jindal in pole position. Dopo settimane segnate dall’entrata in scena di presunti imprenditori stranieri privi di ogni benché minima capacità finanziaria, ricchi soltanto di profili personali non così nitidi e sostenuti dall’appoggio popolare costruito e fomentato dal sindaco di Piombino e dai sindacati locali, l’arrivo in Toscana – con un primo intento perlustrativo coerente con la procedura di commissariamento e di salvataggio in extremis dell’impianto – dei tecnici e dei manager indiani ha contribuito a ricostituire un clima di serenità. In particolare, dopo un periodo segnato dalla necessità di coniugare il rigore di una procedura con la cappa pesante creatasi intorno all’acciaieria, nel vecchio stabilimento si è in qualche maniera tornato a parlare di siderurgia. Nel senso che Jindal South West, uno dei maggiori gruppi siderurgici al mondo, al momento il più accreditato nella corsa su Piombino, ha almeno tre specificità strategiche che potrebbero davvero portarlo a fare una offerta per il gruppo, che nel frattempo ha chiuso il 2013 con perdite per un centinaio di milioni di euro (169 milioni il rosso nel 2012).
Prima di tutto ha una specializzazione storica nella siderurgia ferroviaria, che da sempre costituisce uno dei core business di Piombino: una specializzazione che, in Europa e nel bacino del Mediterraneo, si scontra con un mercato abbastanza saturo; non così, invece, per l’India in particolare e per l’Asia in generale. La seconda ragione è il fatto che in due suoi siti utilizza il Corex, la tecnologia alternativa per la produzione della ghisa che, secondo i presupposti dell’accordo di programma per Piombino raggiunto dalle istituzioni nei giorni scorsi, permetterebbe al polo toscano di mantenere un ruolo nella produzione di acciaio e non solo nella laminazione. La terza ragione è prettamente strategica: Jindal – a differenza, per esempio, di Arcelor Mittal – non ha ancora un presidio in Europa. E, nella geo-politica dell’acciaio, Piombino potrebbe costituire la porta di accesso.
Ammonterebbe a 130 milioni la cifra che – secondo alcuni osservatori – il commissario Piero Nardi potrebbe ricavare dalla cessione dell’acciaieria di Piombino, nel caso in cui gli indiani di Jindal dovessero proseguire nella road map che è iniziata – in sostanza – con la loro visita – alcune settimane fa – nell’impianto della vecchia Lucchini. Se le cose non si interrompessero e se gli indiani – o qualche altro gruppo ancora formalmente in gara – portassero avanti così tanto la trattativa da trasformarla poi in un vero e proprio affare, una cifra simile consentirebbe di ripagare tutti i creditori privilegiati e di rifondere un dieci per cento dei creditori chirografari.
L’obiettivo è portare a termine la vendita nelle prossime settimane (sicuramente bisognerà almeno aspettare la tornata elettorale). I nuovi compratori, secondo alcune stime, potrebbero rilevare tra gli 800 e i mille addetti dalla procedura (circa 2mila i lavoratori diretti a Piombino, per i quali nelle scorse settimane si è concordato di ricorrere ai contratti di solidarietà). Tra i principali ostacoli da superare, in queste ultime settimane di due diligence, resta però la questione ambientale. Si tratta di capire bene i confini, le responsabilità, la divisione di ruoli (tra istituzioni, procedura e futura proprietà) nel futuro processo di bonifica delle aree (per il quale potrebbe essere impiegata parte della forza di lavoro in esubero).
Le recenti vicede Ilva e Tirreno Power spingono a richiedere un supplemento di garanzie e di chiarezza da parte di chi è pronto a investire nell’area. Soprattutto se si considera che su questo piano l’accordo di programma, apprezzabile nel suo tentativo di definire future linee di politica industriale per l’area, presenta ancora, secondo alcuni osservatori, numerose lacune.

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