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Un G20 per domare il Far West della finanza con la tassa sui colossi

I venti Grandi del pianeta cercano di regolare il Far West finanziario internazionale con una mossa a tenaglia. Al tema centrale della Global Minimum Tax, al primo posto nell’agenda del G20 di Venezia che oggi entra nel vivo con la riunione dei ministri dell’Economia e i governatori delle banche centrali, si affianca l’iniziativa Usa sulla lotta al riciclaggio, alla corruzione e all’economia in nero che Washington intende lanciare su scala globale. Non si escludono sorprese perché la Gran Bretagna ha chiesto di fissare, per domani mattina presto, una inaspettata riunione flash dei ministri finanziari del solo e più “affidabile” G7 che potrebbe rivelarsi decisiva.Si marcia comunque uniti per colpire l’economia mondiale che sfugge alle regole: sullo sfondo di una Venezia, calda, blindata con discrezione ma con la magica ricomparsa di torme di turisti, si gioca la terza partita del G20 a presidenza italiana. Per ora non si avvistano sorprese sul piano dell’ordine pubblico e solo i gondolieri hanno protestato perché si faccia di più per il turismo. La laguna è un po’ più sgombra ieri sera anche perché i vaporetti sono fermi per consentire al Gotha dell’economia mondiale, che arriva alla spicciolata, di partecipare alla tradizionale cena di gala all’isola di San Giorgio dove il padrone di casa è il ministro dell’Economia Daniele Franco. Del resto grossi nomi si attendono all’Arsenale: la segretaria al Tesoro Usa Jannet Yellen, il presidente della Fed Powell, il nostro Ignazio Visco, il collega tedesco Weidmann, la presidente della Bce Christine Lagarde, la numero uno dell’Fmi Kristalina Georgieva, economisti come Larry Summers.La partita sembra chiusa per la nuova Global Minimum Tax, la tassa planetaria del 15 per cento che dovranno pagare tutte le multinazionali, web company comprese, dal 2023 se superano i 20 miliardi di fatturato globale e il 10 per cento di utili nei Paesi “market” cioè dove vendono prodotti.Una mossa che i Venti Grandi hanno messo a punto per evitare che le multinazionali, come accade per Google e Facebook, nascondano la propria sede in Irlanda dove pagano il 12,5 per cento di tasse e di conseguenza non paghino nulla dove vendono e fatturano i propri servizi. Il meccanismo messo a punto servirà per calcolare il profitto che ogni singolo Stato potrà tassare: per ora si è concordato un “imponibile” pari al 20-30 per cento di ogni dollaro di extraprofitto che supera la franchigia del 10 dei profitti. Ma la questione è ancora aperta perché non tutti i Paesi hanno un gettito imponibile che viene dal fatturato; alcuni, come l’Irlanda, ad esempio, tassano soprattutto gli abbondanti profitti della casa madre che ha la sede nel loro Paese. Dunque la necessità di un elemento di ponderazione dei due gettiti che si sta discutendo. Come si discute anche della stessa franchigia del 10 per cento sotto la quale non si paga la Global Tax: ebbene Amazon sta sotto e potrebbe salvarsi, così si lavora a specificare meglio che non si pagherà in base alla media mondiale dei profitti ma Paese per Paese.Senza contare il caso Orban: tiene le tasse al 9 per cento per favorire gli arbitraggi fiscali internazionali e poi si scaglia contro il capitalismo globale: il suo voto conterà quando in autunno ci si confronterà in sede Ocse e soprattutto quando la partita si giocherà sul tavolo dell’Unione dove è prevista l’unanimità.L’agenda si amplia di ora in ora: il tema della produttività e degli effetti dello smart working è stato esaminato ieri. Domenica si parlerà delle altre due questioni centrali: la lotta ai cambiamenti climatici e il Covid, entrambe avranno rilievo nel comunicato finale. Senza dimenticare l’altro messaggio di Washington che risuonerà forte: noi abbiamo fatto un piano di investimenti di rara potenza – diranno gli americani alle loro controparti internazionali – non è il momento di fermare gli stimoli. La stessa linea, del resto, del segretario generale dell’Ocse Mathias Cormann.

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