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Un freno allo strapotere in rete

Stop a clausole vessatorie in rete. A volte non basta il consenso dell’interessato per trattare i suoi dati in internet, se non c’è par condicio. È la dichiarazione dei diritti in internet a occuparsi del consumatore utente con l’assegnazione di un catalogo di prerogative. Alcune tratte dal codice della privacy, altre di nuovo conio.

Il testo della bozza di dichiarazione è stato varato dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi a internet della camera dei deputati. A partire dal 27 ottobre 2014 e per quattro mesi si potranno inviare contributi per eventuali modifiche o aggiunte.

La dichiarazione assume un valore di indirizzo ufficiale e si aggiunge alle disposizioni dell’ordinamento in materia di disciplina della privacy o di altre discipline settoriali come quella del commercio elettronico o del codice della amministrazione digitale o, ancora, del codice del consumo.

La dichiarazione si esprime in formule generali, ma è possibile individuare alcune ricadute pratiche. La rete è, infatti, un mercato virtuale, la cui regolamentazione legislativa ha sempre mostrato lacune. Peraltro, proprio per la struttura ubiquitaria di internet la dichiarazione potrà assumere una forza giuridica se applicata anche fuori dai confini nazionali. Sono molti gli aspetti che possono riguardare le attività economiche. Vediamo i principali.

Diritto d’accesso. Per fornire tutele per chi naviga, in rete bisogna entrarci. Per evitare l’analfabetismo virtuale, che chiude le porte del web, la dichiarazione attribuisce a ogni persona il diritto di acquisire le capacità necessarie per utilizzare internet in modo consapevole e attivo. Le istituzioni pubbliche devono promuovere attività educative rivolte alle persone, al sistema scolastico e alle imprese, con specifico riferimento alla dimensione intergenerazionale.

Il diritto all’uso consapevole di internet è considerato dalla dichiarazione fondamentale perché possano essere concretamente garantiti lo sviluppo di uguali possibilità di crescita individuale e collettiva.

No a clausole abusive. Tra i presupposti del trattamento dei dati personali su internet la dichiarazione richiama il requisito del consenso. Non è certo una novità, considerato che in Italia la regola è stata fissata per lo meno dal 1996 (legge 675). In effetti la dichiarazione riprende in gran parte la normativa del codice della privacy. Con una aggiunta, significativa, ispirata alla disciplina di tutela del consumatore rispetto alle clausole contrattuali vessatorie. La dichiarazione dei diritti, infatti, afferma che il consenso non può costituire una base legale per il trattamento quando vi sia un significativo squilibrio di potere tra la persona interessata e il soggetto che effettua il trattamento. Lo sbilanciamento delle posizioni attenua il potere del singolo di autorizzare il trattamento dei dati su Internet e la richiesta del consenso diventa un atto rituale, non in grado di garantire tutele effettive. Un po’ come quando la grossa impresa sottopone al cliente un modulo contrattuale di parecchie pagine con clausole scritte in caratteri minuscoli. Nell’ipotesi del rapporto non paritetico, la dichiarazione dei diritti in internet parte dal presupposto che il consenso, anche se espresso, non si sia formato in tutta libertà.

In sostanza chi ha maggiore potere in rete (per esempio una multinazionale) non può approfittare contrattualmente del singolo consumatore utente. La dichiarazione si limita, però, a un principio formulato in negativo. Occorre, a questo punto, una specificazione per rendere operativa la regola. Bisogna spiegare quando si verifica uno squilibrio, magari con una esemplificazione dettagliata di fatti sintomatici dello squilibrio. Ma occorre, anche, una indicazione in positivo di ciò che, in caso di squilibrio, possa costituire la base legale del trattamento. Se bisogna compensare il vizio del consenso, sarà necessaria individuare quelle condotte a carico delle imprese, in grado di riequilibrare il rapporto con il consumatore-utente. Questo per non costringere il consumatore utente a fare a meno di un servizio in rete.

Profilazione del cliente. Sempre ai fini della regolamentazione del mercato in internet una particolare attenzione è dedicata alla attività di profilazione, cioè alla tecnica di creazione del profilo di un utente, al fine, per esempio, di inviargli proposte commerciali di potenziale gradimento.

Dai siti visitati, dal tempo di permanenza, dalle altre modalità di navigazione si traccia l’identikit dell’utente, anche a sua insaputa.

La profilazione, cioè la ricostruzione delle caratteristiche soggettive, è messa, dalla dichiarazione, in relazione con il diritto di ogni persona alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in rete.

L’uso di algoritmi e di tecniche probabilistiche, si legge nel testo della dichiarazione, deve essere portato a conoscenza delle persone interessate, che in ogni caso possono opporsi alla costruzione e alla diffusione di profili che le riguardano.

Inoltre ogni persona ha diritto di fornire solo i dati strettamente necessari per l’adempimento di obblighi previsti dalla legge, per la fornitura di beni e servizi, per l’accesso alle piattaforme che operano in internet. L’utente non deve essere obbligato a fornire informazioni che servono solo a creare il suo profilo. Anche in campo pubblico si mettono paletti: la definizione di un’identità in internet da parte dell’amministrazione pubblica deve essere accompagnata da adeguate garanzie.

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