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Un freno alle diagnosi fai-da-te

Per il dipendente «fannullone» adesso paga pure il medico compiacente. Nell’ipotesi di assenza per malattia, infatti, è vero che il datore di lavoro non può controllare direttamente lo stato d’infermità del lavoratore, ma adesso può contestare il certificato «anamnestico», cioè il certificato redatto senza visita del paziente, ma sulla base soltanto di quanto dichiarato dallo stesso paziente. Una tipologia di certificato ora vietata, la cui eventuale redazione è punita con un mese di sospensione dall’esercizio della professione medica. Lo stabilisce la sentenza n. 3705/2012 della Corte di cassazione, di fatto introducendo una nuova ipotesi di valido motivo di accertamento e contestazione della malattia dei lavoratori da parte dei datori di lavoro.

Vietati gli accertamenti in proprio. La legge n. 300/1970 (lo Statuto dei lavoratori) vieta al datore di lavoro ogni possibilità di eseguire, personalmente o attraverso medici di sua fiducia, accertamenti sullo stato di salute del dipendente. Al datore di lavoro è consentita unicamente la facoltà di controllare l’idoneità fisica e l’infermità del dipendente avvalendosi di enti pubblici ed enti specializzati, ricadenti nella sfera del diritto pubblico, cioè appartenenti al servizio sanitario nazionale. La centralità dell’utilizzo del servizio sanitario pubblico nell’accertamento della malattia del dipendente, spiega il parere n. 10/2012 della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, è stata di recente ribadita dall’articolo 25 della legge n. 183/2010 (il collegato lavoro), il quale ha uniformato il regime legale del rilascio e della trasmissione delle certificazioni per il caso di assenza per malattia dei dipendenti pubblici e di quelli privati, disponendo che la malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni e, in ogni caso, il secondo evento morboso nell’anno solare (1°gennaio-31 dicembre) devono essere giustificati (a partire, quindi, dal terzo evento) esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da: a) una struttura sanitaria pubblica; oppure b) un medico convenzionato con il servizio sanitario nazionale.

A tanto, adesso, alla luce della sentenza della Corte di cassazione n. 3705 del 9 marzo 2012 (si veda ItaliaOggi del 12 marzo), deve aggiungersi pure che il certificato medico può essere rilasciato solo a seguito di visita al paziente, essendo esclusa l’ammissibilità di certificati di tipo anamnestico, in cui il sanitario si limita ad attestare quanto sostenuto dal dipendente rispetto al proprio stato di salute.

Impugnabile il certificato medico. È vero che il datore di lavoro non può controllare lo stato di salute dei lavoratori, anche quando tale stato giustifichi l’assenza dal lavoro (malattia); tuttavia, nel caso in cui dovesse nutrire fondati dubbi sul reale stato di salute del lavoratore, potrebbe mettere in discussione la validità del «titolo» che abilita il lavoratore a quell’assenza. Infatti la giurisprudenza consolidata ritiene che il certificato medico attestante lo stato di malattia del lavoratore dipendente può essere contestato dal datore di lavoro che abbia motivo di ritenere insussistente la denunciata malattia del lavoratore (Cassazione sentenza n. 6010/2000). In particolare, il datore di lavoro può domandare in giudizio la verifica dell’attendibilità della certificazione prodotta dal lavoratore, anche laddove non abbia richiesto una visita di controllo (Cassazione sentenza n. 13056/1997). Infatti, il controllo delle assenze del lavoratore per infermità (previsto dal citato articolo 5 dello Statuto dei lavoratori) non costituisce l’unico mezzo concesso al datore di lavoro per contestare l’attendibilità del certificato medico prodotto dal lavoratore, che può sempre mettere in dubbio tale certificazione mediante il ricorso all’autorità giudiziaria (Cassazione sentenza n. 1044/1990). Ciò in quanto la natura di atti pubblici dei certificati redatti da medici appartenenti al Servizio sanitario nazionale conferisce a tali documenti la fede pubblica, fino a querela di falso, per ciò che concerne i seguenti fatti: a) la provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato; c) i fatti che il pubblico ufficiale medesimo attesta di aver compiuto o essere avvenuti in sua presenza (Cassazione sentenza n. 5000/1999). Viceversa, la fede pubblica non si estende alla diagnosi, e dunque ai giudizi del medico relativi allo stato di malattia e alla relativa impossibilità temporanea a fornire la prestazione lavorativa; Tali valutazioni, pur essendo dotate di un elevato grado di attendibilità in ragione della qualifica funzionale e professionale del pubblico ufficiale, non sono vincolanti per il giudice, che può anche decidere di sconfessarle in presenza di elementi probatori di segno contrario. Infatti, sempre l’articolo 5 della legge n. 300/1970, nella parte in cui demanda solo agli enti pubblici il controllo della idoneità fisica del lavoratore su richiesta del datore di lavoro, lascia integro il potere-dovere del giudice di merito di controllare l’attendibilità degli accertamenti sanitari, avvalendosi dei poteri istruttori che gli conferisce il rito del lavoro. In tal caso, spiega Fondazione dei consulenti del lavoro, deve di conseguenza escludersi che la norma (articolo 5), la quale ha inteso garantire l’imparzialità della valutazione tecnica affidandola ad organi pubblici, abbia attribuito alle predette indagini una particolare insindacabile efficacia probatoria (Cassazione sentenza n. 6045/2000).

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