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Un fallimento senza fine

Gli obblighi fiscali del curatore non si concludono con la chiusura del fallimento quando i giudizi pendenti proseguono e il conto corrente della procedura resta attivo. La conclusione dei giudizi pendenti successivamente alla chiusura del fallimento e alla cancellazione della società dal registro delle imprese può comportare la necessità di adempiere obblighi fiscali che, in conformità con le norme fiscali vigenti, presuppongono l’esistenza del soggetto giuridico, capace di agire, munito di codice fiscale e di partita Iva al fine di poter operare. Lo ha chiarito l’Agenzia delle entrate Direzione regionale del Piemonte con la risposta all’interpello n.901-809/2021, dando ragione alla tesi di dottrina espressa proprio dal curatore Enrico Stasi che ha proposto l’interpello.

La questione. A seguito delle modifiche operate dall’art. 7 del d.l. 83/2015 all’art. 118, co. 2 della legge fallimentare (l.f.) i fallimenti ora possono essere chiusi anche in presenza di giudizi che si trascinano nel tempo. Si tratta, cioè di una disposizione che crea una sorta di fictio della conclusione del fallimento poiché la chiusura della procedura, nel caso di cui sia già avvenuta la ripartizione dell’attivo sino a quel momento realizzato, non è impedita dalla pendenza di giudizi legali, rispetto ai quali il curatore può mantenere la legittimazione processuale. La disposizione fallimentare mal si concilia però con le disposizioni tributarie che richiedono al curatore di eseguire le dichiarazioni fiscali relativa al risultato finale delle operazioni compiute nel periodo fallimentare, ai fini delle imposte dirette, entro l’ultimo giorno del nono mese successivo a quello di chiusura del fallimento (art. 5, co. 4, dpr 322/98).

La chiusura del fallimento con mantenimento di una residua attività di realizzo dell’attivo o addirittura con permanenza del conto corrente del fallimento creano non pochi problemi, giacché il decreto di chiusura emesso dal tribunale fallimentare non risolve i dubbi sul regime da applicarsi agli obblighi fiscali in capo al curatore fallimentare e alla tassazione delle eventuali sopravvenienze.about:blank

Con il nuovo interpello sono state ripercorse le diverse interpretazioni della chiusura anticipata del fallimento ex art,. 118, co. 2, l.f.. La questione della cancellazione è prevista proprio dal primo periodo dell’art. 118 co. 2, ma non è più contemplata dall’art. 234, co. 6, del Ccii (d.lgs. 14/2019), che prevede infatti che la chiusura della procedura non comporta la cancellazione della società dal registro delle imprese sino alla conclusione dei giudizi in corso e alla effettuazione dei riparti supplementari, anche all’esito delle ulteriori attività liquidatorie che si siano rese necessarie. Il settimo comma successivo, per altro stabilisce espressamente che eseguito l’ultimo progetto di ripartizione o comunque definiti i giudizi e procedimenti pendenti, il curatore chiede al tribunale di archiviare la procedura di liquidazione giudiziale. Così, dunque, è sempre il tribunale che deve verificare la conclusione della procedura, ma non la estinzione giuridica del soggetto sottoposto a fallimento ovvero a liquidazione giudiziale.

L’Agenzia delle entrate, con la pronuncia, chiarendo che la propria competenza non si estende alla interpretazione delle norme fallimentari, fissa però il principio secondo il quale anche se il tribunale ritiene di disporre la cancellazione della società fallita dal registro imprese a seguito della chiusura del fallimento, il curatore deve fare riferimento alle norme tributarie e quindi rispettare gli obblighi che richiedono di presentare la dichiarazione finale nove mesi dalla effettiva conclusione della procedura, cioè quando i giudizi pendenti siano conclusi, con la conseguenza che una prima dichiarazione deve essere presentata solo se disposta la estinzione della società, mentre alla conclusione dei giudizi va presentata la dichiarazione effettiva di tutto il reddito della procedura o la sola e unica se prima non presentato altro dichiarativo fiscale.

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