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«Un dovere di Fiat favorire l’Italia»

di Raffaella Polato

POMIGLIANO D'ARCO (Napoli) — L'orgoglio negli occhi e nei sorrisi. Elsa Fornero e Corrado Passera, poi, passeranno un'ora tra i macchinari freschi di vernice. Lo vedranno in funzione, l'impianto che Sergio Marchionne e John Elkann proclamano «oggi il migliore degli stabilimenti Fiat-Chrysler nel mondo». Ma ai ministri di Welfare e Sviluppo sarebbero bastate anche solo quelle facce, quasi tutte giovani, evidentemente fiere di esser lì a presentare la «loro» fabbrica, il «loro» lavoro, la «loro» Panda. Non a caso è quasi con ognuno di loro che si fermano a parlare.
Complici anche gli impegni per la manovra, avevano già rotto l'ennesima vecchia prassi mediatica ministeriale: niente stampa, niente bagno di flash, «giro» con Marchionne ed Elkann alle otto e alle nove via. Operai e tecnici non fanno però puro sfondo.
In tempi in cui le fabbriche muoiono, vederne una che rinasce fa effetto. Al Sud, poi. Per cui di corsa, certo, e all'alba: ma al battesimo di Pomigliano i due ministri che di fabbriche si occupano ci sono. Extra passerelle.
È un giorno di simboli, sì. In ogni direzione. Fuori dai cancelli, una cinquantina tra Cobas e Fiom scandisce slogan «anti». Fuori, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris annuncia che per protesta contro il nuovo contratto aziendale non verrà (a differenza del presidente della Regione, Stefano Caldoro, che preferisce sottolineare l'impegno e i 30 milioni di sostegno anche all'indotto nella fase-ponte di cassa integrazione). Dentro, nello stabilimento, le polemiche di sempre cambiano un po' tono.
«È il momento di ripartire», dice Marchionne. E lo dice pensando all'Italia. Ma avendo Pomigliano da offrire ora come esempio. «Sì», risponde netto a chi gli chiede se il Paese ce la farà: «Oggi noi possiamo scegliere quale Italia essere». Però «non sta solo alla politica». Lui per primo è «qui oggi per ribadire che la Fiat intende fare la sua parte». Come già dimostra — rivendica — la Panda.
Portarla in Campania «non era e non è la soluzione industriale ottimale. Lo abbiamo fatto perché, nel limite del possibile, riteniamo nostro dovere privilegiare il Paese in cui Fiat ha le proprie radici».
È il frutto della «svolta duratura» culminata nel nuovo contratto. La Fiom-Cgil è fuori? «Non per scelta Fiat» (che scontatamente ha dunque invitato qui il «sindacato del sì», non Maurizio Landini né Susanna Camusso). E tocca a Elkann, ora. Guarda la Panda, le donne e gli uomini che la stanno costruendo: «A nome della mia famiglia e di Fiat-Chrysler, grazie. Avete dato un calcio anche ai luoghi comuni sul Sud». Poi, affilato: «Questo è ciò che facciamo. Auto. Fiat-Chrysler non è un partito politico. Non è neanche un movimento d'opinione. È un costruttore d'auto globale».
Marchionne ribadisce. «La rabbia che ho visto in Landini non appartiene alla Fiat. C'è gente che urla, va in tv, racconta tante panzanate. Guardatevi intorno: la realtà è qua dentro».
Sono gli 800 milioni di investimenti. Le prime 600 riassunzioni e quelle che si aggiungeranno da gennaio (ma è presto per dire quando rientreranno tutti i 4.400). La Panda. Così, insiste, «rispondiamo a scettici, detrattori, antagonisti di professione: chi ha ancora dubbi che in questo stabilimento si possano fare le cose, e bene, che a Pomigliano e nel Sud si possa creare una nuova cultura industriale, che gli impegni Fiat siano seri, non ha che da venire qui». Di nuovo, omaggio «alle persone che qui lavorano e hanno abbracciato con noi la sfida». Appena iniziata, però: «La nostra azienda ha una strada chiara davanti. Non è una partita facile ma, grazie a Chrysler, possiamo costruire un sistema in grado di vincerla». L'Italia? «Sarà fondamentale». Se «saprà ripartire».
 

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