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Un decreto nel cassetto per evitare l’aumento dell’Iva (se cade il governo)

ROMA Lo stato di salute di un governo si misura dai provvedimenti che riesce a mettere in campo. Il livello di ansia, invece, da quelli che rimangono nel cassetto. E nei cassetti del Conte due ce n’è uno che fa capire bene quanto sia sottile il filo sul quale sta camminando questo governo. Meglio di un vertice di maggioranza durato in tutto 30 ore, anche se con pausa notturna. Meglio di dieci retroscena, meglio di cento dichiarazioni di alleati che si sfidano su tutto.

Il provvedimento in questione è un decreto legge di poche righe ma, nel suo genere, esplosivo. Il decreto si limita a bloccare gli aumenti dell’Iva e delle accise che scatterebbero dal primo gennaio del prossimo anno, cioè tra 20 giorni. Ed è l’uscita di sicurezza che il governo vuole tenere sgombra in caso di una crisi nei prossimi giorni, che si potrebbe aprire con un inciampo sulla manovra al Senato, dove il margine della maggioranza è più risicato. Oppure nel caso in cui la stessa manovra non venga approvata entro il 31 dicembre, anche per le proteste dell’opposizione contro l’idea della maggioranza di far votare le modifiche solo al Senato per ridurre i tempi. Con questo decreto, della manovra resterebbe solo lo stop all’aumento dell’Iva. Nulla di meno, nulla di più. Sparirebbe il taglio del cuneo fiscale, salterebbero gli incentivi ai pagamenti elettronici. Sparirebbero del tutto la plastic tax, la sugar tax, le nuove regole sulle auto aziendali. Le coperture sono le stesse previste dalla manovra vera e propria, asciugate da quelle necessarie per le misure saltate. Tanto deficit e un po’ di maggiori entrate per la fatturazione elettronica. Con ogni probabilità il decreto (uscita di) sicurezza non servirà e resterà nei cassetti. Ma in fondo è un cerchio che si chiude. Un ritorno alle origini.

Il provvedimento

La mossa di Palazzo Chigi di fronte ai possibili scenari di crisi nella maggioranza

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, quando il governo Conte due stava nascendo, il Pd e il Movimento 5 Stelle avevano già cominciato a discutere i contenuti della manovra, l’unica legge che di sicuro bisognava approvare entro la fine dell’anno. Una delle ipotesi circolate in quei giorni era proprio fare una manovra che si limitasse a fermare gli aumenti dell’Iva. Un po’ perché da solo quell’obiettivo costava già 23 miliardi di euro, una manovra di media portata. Un po’ perché sarebbe stato un modo per marcare quello che poi la maggioranza, allargando il campo, ha chiamato «effetto Papeete». Ma soprattutto perché sullo stop all’aumento dell’Iva la nuova maggioranza era tutta d’accordo. Mentre fare entrare nella manovra altre misure di parte, quelle che in questi giorni abbiamo preso a chiamare bandierine, avrebbe fatto inevitabilmente fibrillare un governo che fin dal primo momento non appariva proprio solidissimo. Poi non è andata così. La maggioranza ha deciso di mettere in piedi una manovra capace non solo di fermare l’aumento dell’Iva ma anche di lasciare un segno più politico. E questo perché lo stop all’Iva è una misura molto costosa ma che alla fine si vede poco, visto che si limita a lasciare le cose come stanno. Politicamente poco spendibile, elettoralmente ancora meno. Così nella manovra sono entrate tante altre misure sponsorizzate dai singoli pezzi della maggioranza, dal taglio del cuneo fiscale agli incentivi per i pagamenti elettronici, dalle tasse più o meno etiche (sulla plastica e sulle bevande zuccherate) fino allo stop del superticket sulla sanità. Ma queste misure lasceranno davvero un segno politico?

Di sicuro ne hanno lasciato uno ben visibile sulla maggioranza, che nel frattempo è diventata a quattro dopo la scissione di Matteo Renzi. Perché è proprio su queste misure che il governo si è accapigliato. Con il risultato di far aumentare il rischio di crisi o di non approvare in tempo la manovra. Ed è qui che torniamo al decreto (uscita di) sicurezza. Non servirà. Ma in caso di emergenza, il bottone da premere è pronto.

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