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Un contributo ad accertamento

Impugnare più avvisi di accertamento con un unico ricorso non fa risparmiare. Il ricorso cumulativo nel processo tributario non esonera dal pagamento del contributo unificato per ogni singolo atto impugnato. Il contributo, infatti, va determinato sul valore di ogni singolo accertamento, in base agli scaglioni fissati dalla legge, e non sommando i relativi importi, al netto degli interessi e delle sanzioni. È questa la risposta che ha fornito il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti in un question time che si è svolto alla commissione finanze della Camera dei deputati nella seduta del 20 novembre scorso.

Va rilevato che la presa di posizione del governo è in linea con quanto affermato sulla questione dalla recente giurisprudenza. Al riguardo la commissione tributaria provinciale di Frosinone, sezione IV, con la sentenza n. 1219 del 30 settembre 2014, ha precisato che gli atti impositivi sono autonomamente impugnabili innanzi al giudice tributario per vizi propri.

Dunque, se il contribuente presenta un unico ricorso per contestare più atti, il contributo unificato deve essere determinato in base al loro singolo valore. Anche se il ricorso è cumulativo le somme pretese dall’amministrazione finanziaria, a titolo di tributo, non possono essere sommate. Nella risposta viene posto in rilievo che «ogni atto impositivo costituisce l’esito di separati procedimenti accertativi e la domanda di annullamento formulata con il ricorso impone al giudice di valutare la legittimità della pretesa tributaria in relazione ai singoli atti impositivi eventualmente impugnati cumulativamente». Del resto, in sede processuale «non vi può essere una valutazione del valore complessivo degli atti, ma ognuno di essi mantiene la propria autonomia accertativa e di valore».

E questa interpretazione giustifica la recente modifica apportata all’articolo 14, comma 3-bis, del T.u. sulle spese di giustizia, contenuta nella legge di stabilità per il 2014, che impone questa regola, la cui finalità è quella di evitare i fenomeni elusivi e non già «di privilegiare il recupero di somme, ostacolando il diritto di difesa del contribuente». In effetti, anche le pronunce emanate prima della suddetta modifica normativa avevano avallato la tesi dell’assoggettamento separato al contributo unificato di ogni singolo atto d’imposizione (Ctp di Mantova sentenza 283/2014, Ctp di Prato sentenza 195/2014).

Tra l’altro, si ritiene discutibile anche il fatto che si possa proporre un unico ricorso per contestare più atti impositivi. Non a caso la giurisprudenza non è concorde sull’ammissibilità del ricorso cumulativo.

Soggetti obbligati al pagamento del contributo. Nel processo tributario non sono previste esenzioni di natura soggettiva per il pagamento del contributo unificato. Anche amministrazioni pubbliche e concessionari sono tenute a pagarlo. In caso di irregolarità commesse dalla parte o dal difensore la segreteria della commissione tributaria deve notificare presso il domicilio eletto un invito al pagamento per il recupero del contributo. Tutti i ricorrenti sono tenuti a indicare il valore della lite e a pagare il contributo unificato se propongono azione giudiziale innanzi alle commissioni tributarie. Non è ammessa la prenotazione a debito neppure per amministrazione pubbliche, concessionari o agenti della riscossione.

Sono legittimate al pagamento posticipato, rispetto al momento di deposito del ricorso, solo le amministrazioni statali e le agenzie fiscali.

Del resto, l’articolo 37 del dl 98/2011 prevede il pagamento del contributo unificato per proporre i ricorsi innanzi alle commissioni tributarie provinciali e regionali, senza distinzioni di sorta. La misura del contributo è rapportata al valore della controversia. Gli importi variano da 30 euro, per controversie di modesto valore (fino a euro 2.582,28), fino a 1.500 euro per le controversie il cui valore supera 200 mila euro. Il contribuente per determinare l’importo del contributo deve fare riferimento alla somma dovuta, a titolo di tributo, che forma oggetto di contestazione. Nel caso in cui la controversia abbia a oggetto solo le sanzioni applicate dal fisco con l’atto di contestazione, occorre prendere a base di calcolo il relativo importo. Spetta al ricorrente indicare poi il valore della lite nelle conclusioni del ricorso.

Del resto, l’articolo 14, comma 3-bis, del dpr 115/2002 prevede che nei giudizi tributari il valore della lite deve risultare da apposita dichiarazione anche per la prenotazione a debito. In mancanza della dichiarazione, il processo si presume di valore superiore a duecentomila euro, con il conseguente versamento del contributo unificato nella misura massima di 1.500 euro.

L’attività delle segreterie. Spetta alle segreterie delle commissioni il compito di riscuotere il contributo unificato e irrogare le sanzioni in caso di omesso o parziale versamento delle somme dovute dal ricorrente. Entro 30 giorni dal deposito del ricorso o di altro atto processuale, infatti, le segreterie sono tenute a notificare al debitore l’invito al pagamento dell’importo dovuto con l’avvertenza che, in caso di inadempimento, verrà applicata una sanzione e il contributo sarà iscritto a ruolo, con addebito degli interessi al saggio legale. Il debitore per provare l’avvenuto pagamento, effettuato con il modello F23, deve depositare la ricevuta presso la segreteria entro 10 giorni. Trattandosi di un pagamento in seguito all’emanazione dell’invito da parte dell’ufficio giudiziario non sono dovute sanzioni e interessi. Se invece il debitore non paga entro 30 giorni dalla notifica dell’invito, al contributo vanno aggiunti gli interessi legali calcolati dalla data di deposito del ricorso. Solo nel caso in cui il contributo non venga versato o sia insufficiente, oltre agli interessi, al debitore va irrogata una sanzione amministrativa che va dal 100 al 200% del tributo dovuto.

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