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Un conto da tre miliardi l’anno

Otto milioni al giorno, sabati e domeniche inclusi. Il conto della crisi in Russia per il sistema industriale italiano diventa con il passare del tempo sempre più salato. Nei primi quattro mesi del 2015 la riduzione dell’export verso Mosca supera infatti i 900 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e proiettando il trend (-29,4%) sui dodici mesi la voragine si amplierebbe a 2,8 miliardi, riportando di fatto le statistiche delle nostre vendite in Russia al lontano 2009.
L’effetto combinato di sanzioni incrociate tra Russia ed Europa, svalutazione del rublo, fuga degli investitori esteri innescata dalla crisi ucraina, difficoltà nella bancabilità delle operazioni, crea per il made in Italy un cocktail micidiale. Le stime per l’anno in corso vedono il prodotto interno lordo russo in frenata di oltre quattro punti, con un drastico calo delle importazioni amplificato dalla perdita di potere d’acquisto del rublo: oggi per acquistare un euro ne occorrono 62, un anno fa ne bastavano 47. In termini diretti le sanzioni imposte da Mosca spiegano solo in parte il tracollo delle vendite e un esempio è il comparto alimentare, dove i blocchi valgono circa il 20% del settore (colpiti in particolare carni e formaggi) mentre le vendite di cibo tricolore nel 2015 sono praticamente dimezzate.
Effetti che già avevano colpito il made in Italy lo scorso anno, provocando per l’intera manifattura una riduzione di acquisti di 1,25 miliardi, poco meno di due aggiungendo al conto anche lo stop in Ucraina. Bilancio che sarà certamente più pesante nel 2015, con vendite verso Mosca ridotte nell’ordine del 30%, esattamente dimezzate nei confronti di Kiev.
In termini assoluti il “colpo” più pesante è per il macro comparto del pellame-tessile-abbigliamento, con vendite inferiori di oltre 250 milioni rispetto al 2014 ed effetti che si propagano in modo esponenziale lungo la filiera.
«I problemi li sentiamo – spiega Silvio Albini, presidente dell’omonimo cotonificio e di Milano Unica – e per noi c’è anzitutto un ridimensionamento degli ordini diretti verso Mosca, qualche ritardo nei pagamenti, più di una richiesta di sconto. Ma l’effetto maggiore è forse indiretto, sulla domanda dei clienti italiani ed esteri che acquistano i nostri tessuti per poi riesportare capi di abbigliamento in Russia: questa domanda ora si riduce, vediamo che stanno soffrendo non poco». «Per noi – aggiunge Niccolò Ricci, ad della maison fiorentina Stefano Ricci – la Russia vale circa il 9% dei ricavi e il calo 2105 è nell’ordine del 20%. Per venire incontro ai nostri clienti abbiamo fatto qualche sconto ma è chiaro che non basta, la crisi si fa sentire».
Penalizzato, in particolare, il settore delle calzature, con alcuni distretti (ad esempio Fermo) che proprio verso Mosca sviluppano quasi un quarto dei propri ricavi. Ma i “dolori” sono distribuiti tra tutti i settori, seppure con pesi percentuali diversi: tra gennaio ed aprile i macchinari lasciano sul campo 110 milioni, 80 milioni mezzi di trasporto e metalli, 50 i mobili, 40 la gomma-plastica. Nell’area dello stile, del design e dell’alimentare, il cosiddetto “Bello e ben fatto”, il centro studi di Confindustria ipotizza un impatto rilevante, con il risultato di abbattere di quasi un miliardo di euro le stime di vendita per l’intero macro-comparto al 2019.
Alla perdita del potere d’acquisto delle famiglie si aggiunge però l’effetto delle sanzioni, con impatti che vanno ben oltre i singoli settori coinvolti. «Le nostre macchine per fonderia – spiega l’imprenditore Gabriele Galante – non sono soggette a sanzioni ma il nostro cliente finale ha bloccato un investimento perché alcuni dei suoi impianti rientrano nella lista dual-use. Come risultato, in Russia abbiamo preso la più grossa fregatura della nostra vita, ho delle macchine qui che spolvero tutti i giorni e non so se e quando riuscirò a vendere. Sa, gli Stati Uniti sono un grande paese, ma non sono d’accordo che usino noi europei come soldati di trincea per le loro battaglie contro la Russia». «Il problema per le nostre macchine grafiche non è rappresentato dalle sanzioni – spiega l’ad di Uteco Aldo Peretti – ma certo il rallentamento si vede, un nostro cliente ha spostato in avanti l’investimento. Speriamo che la situazione con l’Europa si risolva, perché quella rinascita che da qualche tempo si vedeva in Russia ora oggettivamente si è fermata».
In un quadro già non particolarmente brillante, si aggiungono poi i problemi di incasso delle aziende, e non solo per vendite realizzate direttamente a Mosca. Per le imprese italiane che hanno realizzato il padiglione russo di Expo 2015 il credito è superiore al milione di euro. Siamo stanche di aspettare – spiegano in un comunicato – e pronte ad agire in sede penale e civile.
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