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Un colpo per i crediti a imprese e famiglie

Il vicesegretario generale dell’Ocse, Piercarlo Padoan, è stato estremamente diplomatico nel commentare lo stallo politico che si è prodotto nel dopo elezioni italiano: «Le elezioni sono sempre un elemento di incertezza – ha affermato ieri – e da quando la crisi globale è iniziata c’è un’evidenza crescente che l’incertezza politica ha un effetto negativo sulla crescita». Già, l’incertezza fa male all’economia, essenzialmente perché fa muovere al rallentatore, ritardando le decisioni di spesa tutti gli attori dai quali dipende il recupero dell’economia reale. Per esempio, spiegano gli economisti del Ref di Milano «si fa presto qui a generare un altro trimestre bruttissmo per l’attività produttiva: le banche, che sono già alle prese con gli effetti della recessione in corso sui loro bilanci, di fronte a una situazione di incertezza, potrebbero stringere i rubinetti del credito, determinando un sovraccarico di stretta creditizia di cui certamente in questo momento non si sente il bisogno».
Del resto, del ruolo nefasto dell’azione di eventuali aspettative avverse dei mercati sappiamo ormai tutto: in passato la Banca d’Italia ha calcolato che ogni aumento di 100 punti base nello spread tra titoli di stato e titoli tedeschi (che ha come corollario l’aumento del costo della raccolta per le banche e di quello del costo delle obbligazioni delle banche) è destinato a tradursi nel giro di un trimestre in un rincaro di 50 punti base sui tassi praticati alle imprese e in un aumento di 30 punti base sui mutui casa alle famiglie. Inoltre, come fa osservare Stefano Fantacone, economista del Cer di Roma, «la reazione tipica di imprese e famiglie in questi casi è ritardare le decisioni di investimento e di spesa. Paradossalmente, però – aggiunge – almeno dal punto di vista della finanza pubblica, questa fase non è particolarmente difficile e un’assenza di decisioni potrebbe anche far bene». In sostanza, è il ragionamento, il consuntivo Istat del 2012 ha messo in evidenza il consolidarsi di un trend decrescente della spesa pubblica al netto degli interessi negli ultimi tre anni. «Un nuovo governo non avrebbe bisogno di grandi interventi su questo versante: basterebbe una gestione “neutrale” che tenga ferma la spesa pubblica e che sul lato delle entrate si limiti a sfruttare i primi germogli di ripresa per restituire risorse all’economia».
Ma, allora, l’Italia potrebbe permettersi di fare come il Belgio, paese che è rimasto per 400 giorni privo di un governo senza che nel frattempo succedesse nulla di particolarmente drammatico sul versante dell’economia? No, purtroppo da noi non andrebbe così, non foss’altro perché non stiamo parlando di un piccolo paese ma della terza economia di Eurolandia. Ne sono convinti anche a Prometeia, dove, come spiega l’economista Paolo Onofri, ci si sta accingendo a ritoccare verso il basso di mezzo punto percentuale le stime per l’anno in corso (da un precedente -0,6% a un -1,1% del Pil) quantificando appunto in mezzo punto percentuale di crescita in meno l’effetto-incertezza da stallo politico. «È vero però che quella stasi, quella sorta di bonaccia che osserviamo in questi giorni sui mercati finanziari – aggiunge Onofri – potrebbe anche derivare dalla consapevolezza paradossale che, se non c’è governo, non si producono nemmeno effetti di incremento del deficit pubblico». Ma nel conto, però, aggiunge l’economista, bisogna anche considerare quello che i giuristi chiamano il “lucro cessante” cioè i vantaggi di un possibile intervento di politica economica che in un’Italia “sgovernata” vengono meno: per esempio, la possibilità di disinnescare quell’ulteriore aggravio fiscale di cui la fragilissima economia italiana in questo momento non sente davvero il bisogno, che è l’aumento dell’Iva previsto a luglio dalla legislazione vigente.

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