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Un colosso europeo del credito che scommette sull’Italia

Se l’Ops lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca andrà in porto, nascerà in Italia un colosso finanziario che, per proventi operativi netti e per valore di Borsa, sarà tra i leader del settore in Europa posizionandosi, rispettivamente, al settimo e al terzo posto nella graduatoria continentale. Un colosso europeo che volutamente punta tutto, o quasi tutto, sull’Italia. Con circa 1,1 trilioni di risparmio in gestione e 450 miliardi di impieghi (quasi il 20% del Pil), la “grande” Intesa Sanpaolo scommette sul sistema Paese, di cui diventa il principale forziere di risparmi e il maggiore sostenitore dell’economia reale con il credito alle imprese e alle famiglie. Il rischio Italia, per il momento accantonato sui mercati internazionali, non sembra preoccupare il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina che in più occasioni ha ribadito la fiducia nell’Italia e in particolare nel tessuto economico delle imprese che hanno saputo superare la più grande crisi dal Dopoguerra.

Dal punto di vista industriale, l’operazione serve a incrementare la scala dimensionale. Tendenza auspicata anche dalla Vigilanza Bce, che ha ridotto le richieste sul capitale in caso di aggregazioni e sta spingendo informalmente le grandi banche europee ad essere motore del riassetto. L’offerta italiana di Intesa fa seguito a un prolungato screening di possibili fusioni paneuropee (mesi fa si è parlato anche di Credit Suisse) che sono state scartate per le difficoltà di realizzare rilevanti sinergie di costo, stante la regolamentazione ancora frammentata in attesa di una vera Unione Bancaria. Le sinergie con Ubi sono invece più concrete, sia sul lato costi che soprattutto sul lato ricavi. A partire dal cross selling del business assicurativo su cui Intesa Sanpaolo ha deciso di puntare negli ultimi anni con una propria fabbrica prodotto che ora potrà ampliare la capacità distributiva.

Le sinergie attese (500 milioni di costi e 220 milioni di ricavi) permetteranno al nuovo gruppo di portare l’utile a 6 miliardi nel 2022. Prospettiva che la Borsa ha apprezzato, dimostrando in prima battuta di seguire l’operazione resa possibile anche dalla sottovalutazione di Ubi Banca rispetto a Intesa Sanpaolo (il multiplo di Borsa sul patrimonio tangibile era pre-offerta circa la metà). Troppa Italia in Intesa-Ubi? La convinzione di Messina è che, in un gruppo che già si identifica con il sistema Paese, anche agli occhi degli investitori globali conta più la diversificazione del business che quella geografica. Finora il mercato lo ha seguito e così, almeno stando alla seduta di Borsa post-annuncio, pare voler fare anche stavolta. Ai fini del buon esito dell’operazione, più del nucleo stabile di azionisti di Ubi conta il maggioritario consenso degli investitori istituzionali che, più o meno, sono gli stessi di Intesa Sanpaolo.

L’operazione rappresenta una scossa imprevista per l’intero sistema bancario italiano, finora atteso a un riassetto che pareva dover coinvolgere le banche di media dimensione. La mossa di Intesa su Ubi comporterà una revisione delle strategie di UniCredit che ha escluso operazioni di M&A e che eventualmente guardava più all’estero che all’Italia? Se nascerà Intesa-Ubi, cambierà il contesto competitivo con un leader di mercato in grado di far valere la propria leadership anche in termini di pricing sul credito. Bper, coinvolta nell’operazione con l’acquisto di 500 filiali al Nord, si è già rafforzata incrementando la propria dimensione. La doppia mossa di Intesa e Bper pare inevitabilmente destinata a riaprire le strategie industriali sia della public company BancoBpm sia del Monte Paschi che lo Stato si appresta a riprivatizzare. Un incrocio che inevitabilmente, a meno che BancoBpm non si faccia tentare da un oneroso tentativo di agganciare in extremis Ubi, diventerà la prossima suggestione del mercato. A meno che UniCredit non decida di scendere in campo sul fronte BancoBpm.

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