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Un cloud tutto italiano i giganti Usa solo partner

Il cloud sovrano dove migrare i dati informatici della Pubblica amministrazione sarà gestito solo da operatori italiani. Tanto che finora le cordate pronte a candidarsi al progetto, finanziato dal Pnrr con 900 milioni, sono due e autarchiche: il duo Aruba-Almaviva e il quartetto Cdp, Sogei, Tim, Leonardo.Questo requisito di sicurezza ha contribuito ad allungare i tempi della gara per assegnare una concessione pluriennale per il “Psn” (Polo strategico nazionale) entro fine 2021, e partire così nel 2022. Dapprima il ministro dell’innovazione tecnologica, Vittorio Colao, aveva indicato il 30 giugno come termine per le offerte vincolanti; poi la data è slittata a metà luglio, mentre ora il sentore è che le offerte arriveranno solo dopo l’estate.Le verifiche giuridiche di queste settimane portano infatti a escludere il ruolo diretto dei colossi Usa, soggetti al “Cloud Act” con cui dal 2018 il Senato a stelle e strisce si è avocato il diritto di conoscere dati e informazioni gestite da operatori Usa, anche all’estero. Una norma ampia ed estensiva, che riguarda anche soggetti esteri operanti negli Usa o con un rappresentante Oltreatlantico.Del problema, fondamentale, della cybersicurezza e dell’accesso ai dati si sono dunque occupati, oltre all’Agenzia pubblica omonima e al Copasir parlamentare, anche alcuni tra i migliori tecnici e legali italiani. E non sembrano esserci deroghe possibili.Tuttavia, dal ruolo degli oligopolisti statunitensi delle tecnologie non si può prescindere: il loro vantaggio competitivo nei motori di ricerca, nella crittografia e in altri ambiti porterà verosimilmente ad affidare alle varie Google (già in asse con Tim), Microsoft (alleata di Leonardo) e ad altre, ruoli di partner oppure di venditori dei servizi di elevata qualità che poi altri gestiranno per digitalizzare la burocrazia italiana. Lo stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza, parlando del Psn, apre a una molteplicità di operatori “hyperscaler”, ossia capaci di elaborare dati su scala globale. Dietro le quinte, sia Google sia Microsoft paiono disposti a fare passi indietro, in ossequio al Cloud Act, e rinunciare alla gestione: pur di salvaguardare la loro fetta di business in ambiti dove i veri “sovrani” sono loro.Ieri Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim che presentava i dati semestrali, ha detto che il tavolo congiunto sul Psn «va avanti», e s’è mostrato ottimista sull’attività di archiviazione dei dati, dove Tim già opera con Noovle, una spa che ha Tim per socio unico (ma che è partner di Google). «La somma delle parti di Tim vale molto più della sua capitalizzazione di mercato – ha detto Gubitosi – . Il cloud, ad esempio, cresce del 20% l’anno e tratta a 16-20 volte il margine operativo lordo, che al 2024 stimiamo salirà almeno a 400 milioni». Su queste basi, Tim sta valutando l’ingresso di nuovi investitori in Noovle, che stima valere fino a 8 miliardi.Nelle interlocuzioni riservate tra i manager privati e i tecnici pubblici (il Psn è proprio un partenariato pubblico-privato) s’intuisce che si studiano moda lità tecniche e cautele giuridiche per non farsi risucchiare dal Cloud Act Usa. La tecnica riguarda la cosiddetta “gestione delle chiavi crittografiche”, per cui già dal 2022 dovrebbero essere disponibili sul mercato crittografie che proteggono i dati fino al chip del singolo utente. Le stanno sviluppando proprio i colossi Big tech, sperando così di evitare la perdita di volume d’affari a cui li espone la legge di tre anni fa. Tali chiavi sarebbero violabili solo da computer quantistici oggi non disponibili, o da un attacco di forza bruta che però impiegherebbe decenni a leggere i dati. Chi lavora al dossier stima che questa innovazione potrebbe rendere, di fatto, impotente l’amministrazione Usa. L’altra soluzione, di taglio giuridico, è mettere in mani italiane la gestione di tecnologie e servizi cloud comprati dagli “hyperscaler” Usa. Due modi diversi per evitare di patti bilaterali con Paesi terzi per l’accesso privilegiato ai dati da parte di giudici o politici Usa, che pure il Cloud Act prevede.

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