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Un Cda smart per la Rai e il premier non esclude la nomina del governo

Lunedì è il giorno in cui verrà messo a punto il progetto. Il venerdì successivo avrà il voto del consiglio dei ministri e comincerà la sua corsa in Parlamento. La riforma della Rai sta prendendo forma tra le stanze di Palazzo Chigi, gli uffici del ministero dell’Economia (azionista quasi assoluto della tv pubblica) e lo studio del sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli. I punti da definire non sono da poco, ma le parole d’ordine, ovvero i criteri da seguire nello scrivere il testo, sono chiari: fuori i partiti dall’azienda, un amministratore unico in grado di gestire Viale Mazzini senza i vincoli della lottizzazione, un consiglio di amministrazione più snello, smart come la macchina, vale a dire con pochi membri. Verrà però mantenuto un rapporto diretto dei vertici con le istituzioni. Una scelta inevitabile per il servizio pubblico. A cominciare dal Parlamento, ma sulla base di parametri diversi.

La regola base della legge Gasparri che va cambiata per rivoluzionare la Rai è la fonte di nomina dei consiglieri e del presidente. Oggi la commissione di Vigilanza, un Parlamento in piccolo, vota i nove componenti del cda e le forze politiche, con accordi trasversali, si spartiscono i posti in base ai rapporti di forza. Con 9 consiglieri c’è spazio per tutti. Il cda si riuniva ogni settimana e deliberava su ogni argomento. Solo con il direttore generale Luigi Gubitosi la frequenza delle riunione è molto diminuita. Il numero dei componenti scenderà a 5, presidente compreso. Potrebbe essere nominato dalle Camere come avviene per i membri del Csm e della Consulta. Ma a indicare i nomi da votare saranno non i partiti ma organismi quali l’Authority delle comunicazioni, la conferenza Stato-regioni, il consiglio dei Rettori, la Consulta e i presidenti di Camera e Senato. Cinque “nominanti” per 5 nominati e poi eletti. L’amministratore unico verrà invece indicato dal governo, ovvero dall’azionista ed è un possibile elemento di frizione per l’eventuale accusa di “appaltare” la tv pubblica all’esecutivo. In questo caso a Renzi.
Il premier continua a ripetere: «Non ho ancora deciso su questo punto». È possibile che alla fine scelga, senza preoccuparsi delle critiche, di affidare direttamente al governo la scelta dei consiglieri «con il passaggio della conferma parlamentare». È il cuore della riforma. Renzi vuole affrontarla avendo già le idee chiare sui numeri utili per approvarla in Parlamento. Ci sono già contatti tra il Pd e gli altri gruppi. I 5stelle innanzitutto. A Palazzo Chigi hanno letto la strana offerta di Mediaset per le antenne Rai come un tentativo di ostacolare qualsiasi alleanza con Grillo sulla Rai. E i grillini infatti si sono spaventati dopo l’annuncio dell’Opa denunciando un patto del Nazareno bis e la svendita dell’azienda. Quindi contatti fermi e bisogna ricominciare. Ma un’intesa di fondo è necessaria se davvero si vuole approvare il disegno di legge entro l’estate, confermando solo per poche settimane gli attuali vertici.
Per la gestione quotidiana della Rai, Renzi pensa a una governance duale. Con la divisione dei compiti tra amministratore unico e presidente. Uno si occuperà principalmente dei conti e della parte finanziaria, l’altro invece si concentrerà sul prodotto che significa programmi, linea editoriale, innovazione e competizione internazionale. Ma interverrà anche il nuovo contratto di servizio, che regola il rapporto tra lo Stato e l’azienda affidandogli la “missione” strategica, a definire le linee-guida della Rai. Il governo ci metterà mano alla fine dell’anno anticipando la scadenza del 2016. Il direttore generale Gubitosi intanto continua a guidare la sua personale rivoluzione. Oggi il cda darà il via libera al piano sull’informazione che accorperà i tg in due newsroom e garantirà 70 milioni di risparmi. È un piano di 132 pagine che copre per intero, dalla logistica ai trasferimenti di personale, la riorganizzazione delle testate. In alcuni colloqui con Giacomelli e il ministro Padoan, Gubitosi ha risolto alcuni nodi: oggi ci sarà un voto sul piano, poi saranno considerati i rilievi della commissione di Vigilanza. Un compromesso che supera i problemi tra l’azienda e il governo. Sarà l’ultimo atto di questa gestione prima dell’approvazione del bilancio in aprile. L’ultimo dopo la digitalizzazione dei tg, la quotazione in Borsa di Raiway, la gestione dei 150 milioni di tagli decisi da Palazzo Chigi. Poi i vertici non verranno prorogati ufficialmente, rimarranno in carica fino alla prossima assemblea dei soci Rai (Tesoro e Siae) che dovrebbe indicare i nuovi dirigenti con la nuova legge, che cancellerà la Gasparri.
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