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Un campanello di allarme anche per l’Europa in cerca di autonomia strategica

È con sgomento che l’establishment europeo ha reagito tra mercoledì e giovedì all’assalto dato al Congresso americano da parte di alcuni violenti seguaci di Donald Trump. L’evento è storico e ha indotto molti leader a prendere posizione, in alcuni casi con critiche feroci contro il presidente uscente. Dietro alle reazioni si intravedono almeno due filoni: la paura di un effetto-contagio in Europa e possibilmente nuova consapevolezza di una necessaria autonomia strategica europea.

Dopo l’intervento del presidente francese Emmanuel Macron fin da mercoledì notte, ieri ha preso la parola la cancelliera tedesca Angela Merkel. Leggendo una dichiarazione scritta durante una conferenza di partito, la signora Merkel si è detta «triste» e «arrabbiata» dinanzi agli avvenimenti americani. Ha accusato il presidente uscente di avere «alimentato dubbi sul risultato elettorale di novembre», rifiutandosi fino a ieri di accettare l’esito del voto.

In realtà, nei fatti, Donald Trump ha incitato i suoi seguaci a ostacolare la proclamazione della vittoria di Joe Biden da parte del Congresso. Gustav Gressel, ricercatore dello European Council on Foreign Relations a Berlino, non esclude che dietro alla presa di posizione netta della signora Merkel ci sia «la paura di un effetto-contagio» anche in Europa.

Da anni ormai l’Unione fa i conti con Varsavia e Budapest che mettono in dubbio l’indipendenza della magistratura o i diritti fondamentali. Cosa succederebbe, per esempio, se nelle elezioni del 2022 in Ungheria, i seguaci di Viktor Orbán non accettassero l’eventuale sconfitta del loro premier? Notava ieri un diplomatico bruxellese: «Gli eventi di Washington sono una scossa per tutti noi. Anche in Europa si pone la questione di un consolidamento del tessuto democratico».

Scriveva in modo ambiguo mercoledì notte su Twitter il presidente polacco Andrzej Duda: «Gli eventi di Washington sono un affare interno degli Stati Uniti, un paese democratico e dotato di governo. Il potere dipende dalla volontà degli elettori; la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini è nelle mani dei servizi designati a questo scopo. La Polonia crede nel potere della democrazia americana». Più in generale, in questi anni di crisi economica, frange estremiste sono cresciute a Est come a Ovest.

In una conferenza stampa in occasione dell’inizio della presidenza di turno portoghese, al premier António Costa è stato chiesto ieri se gli eventi di Washington mettessero in dubbio l’affidabilità dell’alleato americano. La domanda era provocatoria, la risposta è stata diplomatica: «La necessità di autonomia strategica si fa sempre più importante (…) L’Unione europea deve decidere da sola. Il mondo non è più solo centrato sui rapporti transatlantici».

Il premier portoghese ha difeso il recente accordo con la Cina sugli investimenti; ha ricordato che Bruxelles vuole chiudere il negoziato su una intesa di libero scambio con il Mercosur e rilanciare il rapporto con l’Asia-Pacifico, in particolare l’India. Joe Biden promette di essere più internazionalista di Donald Trump. Al tempo stesso, le tensioni americane rischiano di indurre il nuovo presidente a essere molto concentrato sulle questioni domestiche, notano alcuni diplomatici.

In un contesto nel quale il mondo è più instabile e le alleanze meno certe, l’autonomia strategica europea diventa un concetto meno astratto, più concreto, e forse anche più necessario. Il problema è che non vi è piena unità d’intenti tra i Ventisette. Mentre i paesi scandinavi temono che l’autonomia strategica si traduca in protezionismo, la Francia cavalca l’idea addirittura di sovranità europea, un concetto che a Berlino non fa sempre l’unanimità.

Osserva ancora il ricercatore Gressel dello ECFR: «Molti socialdemocratici la vedono come i francesi, molti democristiani no. Ci sono ampie porzioni dell’establishment diplomatico e di sicurezza che sono così insoddisfatte dei francesi a cui piacerebbe gettarsi nelle braccia di Joe Biden per controbilanciare Parigi. Ma altri la vedono in modo diverso. Difficile fare previsioni». Le stesse elezioni federali di settembre rendono incerta nel 2021 la politica tedesca e quindi quella europea.

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