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Un cambio di passo per l’Ilva

Un cambio di passo per Ilva. A chiederlo, ieri durante l’assemblea di Federacciai, è stato il presidente Antonio Gozzi. Il giudizio del mondo siderurgico italiano sulla gestione commissariale di Enrico Bondi è negativo. Si chiede di voltare pagina e di aprire un nuovo percorso, con un riassetto proprietario (coinvolgendo la famiglia Riva) che permetta il varo di un piano industriale sorretto da nuove risorse finanziarie, con un ruolo di coordinamento dello Stato nel processo di transizione (non si esclude il ricorso all’amministrazione straordinaria). Un quadro futuro che trova il parziale consenso del Governo che attraverso il viceministro allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti, pur non rinnegando le scelte fatte nell’ultimo anno e mezzo, lancia un appello agli imprenditori siderurgici italiani: «Si facciano avanti e scendano in campo».
Nella sua relazione – definita deludente, in serata, dai sindacati – Antonio Gozzi ha puntato il dito su Bondi e sui risultati del suo primo anno di gestione (il mandato dovrà essere rinnovato nei prossimi giorni). «È un signore che di siderurgia sa molto poco – ha spiegato –, e che ha costruito un piano industriale improbabile, basato su presupposti discutibili come il preridotto». Il difetto, però, è nel manico. Gozzi, che definì fin dall’inizio la legge Orlando-Zanonato come «un esproprio senza indennizzo» ha sottolineato ieri che «senza una proprietà e una governance normale, nessuna impresa è capace di generare le risorse necessarie per gli interventi ambientali e per il rilancio produttivo». Per il leader di Federacciai «l’azienda si avvicina al collasso: perde tra i 60 e i 70 milioni al mese e ha distrutto capitale circolante per oltre un miliardo». La nuova strada da imboccare, ora, è definita «faticosa»: va «costruita una compagine societaria, con il sostegno di molti e senza escludere i Riva» (per la loro quota parte in caso di aumento di capitale) per varare un nuovo piano.
Nell’altra vicenda chiave per la siderurgia italiana, quella della Lucchini sono state invece evidenti, secondo il leader di Federacciai, le responsabilità di politica e sindacato «incapaci di riconoscere per tempo una realtà evidente: che l’altoforno non aveva alcuna speranza di essere salvato». Un’invasione di campo, quella istituzionale, che si è misurata secondo Gozzi anche nell’accordo di programma, che contempla «chimere come il Corex». Anche nel caso di Piombino, come su Taranto «si stenta a riconoscere – ha concluso Gozzi – che il piano industriale lo devono fare gli imprenditori e non politica o sindacato».
Parlando agli imprenditori, il viceministro De Vincenti ha invece difeso l’operato del Governo, che sulle vicende Ilva e Lucchini ha dato un «segnale forte per la difesa della manifattura». Su Taranto, in particolare, «si è partiti dal presupposto che Ilva non chiudesse. Se oggi ragioniamo su un futuro e su come costruire un nuovo azionariato – ha detto – è perchè si è intervenuti un anno fa». Ora, in prospettiva, ha concluso De Vincenti rivolgendosi alla platea, «è giusto chiedere a voi di giocare questa partita fino in fondo» (Marcegaglia e Arvedi, su questo punto, hanno già annunciato pubblicamente la loro disponibilità, mentre il Governo prosegue il dialogo con il gruppo franco-indiano ArcelorMittal).
Al di là dei due punti di grave crisi (al quale si aggiunge il rebus su Ast), la siderurgia italiana tiene, con un fatturato di 34 miliardi nel 2013, e una forza lavoro da 70mila addetti in equilibrio anche col ricorso agli ammortizzatori. Ci sono aree che presentano ottime performance reddituali (legate ad automotive, meccanica e oil&gas) e altre meno brillanti (quelle legate al mercato delle costruzioni). Nei primi mesi dell’anno la produzione sta recuperando (+5,8% ad aprile), anche se si tratta in parte di un dato «drogato» dal confronto con un 2013 zavorrata dalle difficoltà dell’Ilva. Le prospettive sono ancora difficili, soprattutto per l’Europa meridionale, come ha detto ieri il neopresidente di Eurofer Robrecht Himpe. I temi su cui Federacciai punta per migliorare le performance sono legati al recupero della domanda interna, alla questione energetica e alla «certezza del diritto» sul piano ambientale. Sollecitazioni raccolte ieri dal ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti. Il direttore generale di Confindustria Marcella Panucci ha sottolineato invece, in chiusura di dibattito che «regole certe e non ostili sono necessarie anche in materia fiscale»: un fisco opprimente , complesso o vessatorio è «il peggiore disincentivo all’impresa. Guardiamo con attenzione all’attuazione della delega fiscale, alla cui approvazione parlamentare abbiamo contribuito in maniera decisiva».

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