Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Un big da 14 miliardi di ricavi

di Paolo Bricco

Il nuovo aggregato Lactalis-Parmalat alla prova della regola del venti, venti, venti. Compra un'azienda all'estero. Unisci le reti distributive. Rendi comuni gli acquisti. Rimodella le strutture produttive. Se procedi come insegnano i manuali di management e le case history descritte nei paper di economia industriale, potrai avere come minimo un miglioramento dell'efficienza finale del venti per cento, una riduzione dei costi della logistica del venti per cento e un taglio del personale del venti per cento.

Si chiamano sinergie. Piacciono agli analisti e agli azionisti. Poco ai sindacati, ai lavoratori e al management delle società acquisite. Le parole rassicuranti di Lactalis, che nella nota emessa ieri promette di salvaguardare «gli asset produttivi, i dipendenti e la filiera italiana del latte», troveranno presto conferma o smentita. Intanto, l'aggregato proforma che nascerebbe in caso di esito positivo dell'Opa diventerebbe il primo al mondo. Stando alla nota dell'azienda francese il giro d'affari ammonterebbe a 14 miliardi di euro, con una proiezione assai ottimistica, dato che nell'esercizio per cui sono disponibili entrambi i dati, cioè il 2009, la somma è di 12,46 miliardi (3,96 miliardi Parmalat, fonte R&S Mediobanca, e 8,5 miliardi Lactalis, fonte il sito aziendale).

Nel mondo Parmalat ha 14mila dipendenti. Lactalis oltre 38mila. Il nuovo aggregato ne conterebbe più di 50mila. Nel nostro paese l'azienda di Collecchio ha poco più di 2.200 addetti, quella francese 3.300. Nel nuovo ipotetico gruppo soltanto l'11% degli occupati si troverebbe in Italia. Da quanto si apprende da Laval, questi dipendenti avranno una loro precisa vocazione, negli equilibri del nuovo gruppo: il formaggio ai francesi, il latte agli italiani. Lactalis sta infatti valutando di fare confluire in Parmalat le proprie attività europee nel settore del latte confezionato, incluse quelle detenute in Francia e in Spagna.

Al di là delle economie di scala tutte da verificare per una attività a così basso valore aggiunto, la società acquirente profila per la controllata una specializzazione che dovrebbe evitare a Collecchio il destino classico delle consociate, di solito ridotte a strutture di semplice distribuzione dei prodotti finiti e, se proprio va bene, di trasformazione della materia prima. Anche se Parmalat, da indipendente, già deve al latte circa la metà del suo fatturato.

Chiarita questa divisione del lavoro, Lactalis prospetta l'espansione di tutti i segmenti del business in mercati ad alti tassi di crescita come il Brasile, l'India e la Cina, dove entrambi i gruppi sono poco presenti. Da dove saranno implementate queste strategie? Latte confezionato o no, quando un manager all'estero dovrà parlare con i veri centri decisionali comporrà il prefisso francese 0033 o quello italiano 0039? Comunque sia, il nuovo aggregato avrebbe sul mercato italiano una posizione se non dominante almeno molto robusta, dato che unirebbe attività come il latte e i formaggi che non sono sovrapponibili, ma contigue sì. Oggi Lactalis ha il 25,7% in volume del mercato nazionale lattiero-caseario. Parmalat ha, del latte uht, il 34% e, del latte fresco, il 25,6 per cento. E questa monoliticità non riguarderebbe soltanto i prodotti che finirebbero sugli scaffali e i prezzi che i consumatori dovrebbero pagare. Concernerebbe l'intera filiera. Sia Lactalis sia Parmalat non trasformano, in Italia, soltanto latte ottenuto dalle nostre mucche. Oggi, per rimanere al latte Uht, secondo le associazioni degli allevatori tre litri su quattro provengono dall'estero. E, per restringere il campo alla sola Parmalat, un buon 60% del totale arriva dall'estero. Il problema, però, non è soltanto dove un'impresa sceglie legittimamente di approvvigionarsi. La questione è anche la struttura del mercato. Perché gli effetti di una prevalenza di Laval su Collecchio non si limiterrebbero ai sei stabilimenti italiani di Lactalis e ai 12 di Parmalat. Si propagherebbero in tutta l'economia reale.

Se l'Opa andasse a segno gli allevatori della Lombardia, del Veneto e del Piemonte (le tre regioni dove si concentra la maggioranza delle 40mila stalle italiane) si troverebbero a discutere di quotazioni non con due acquirenti, come capita adesso, ma con uno soltanto. E già ora il prezzo del latte è sprofondato, in alcune aziende agricole della Bassa lombarda, a 39-40 centesimi, sotto il costo industriale.

Con un impatto tutto da vagliare, in una filiera che ha un fatturato aggregato di 15 miliardi di euro e che dà lavoro a 100mila addetti, ma che sconta anche la gracilità patrimoniale e la debolezza finanziaria dei piccoli produttori.

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un passetto alla volta. Niente di clamoroso, ma abbastanza per arrivare all’11% tondo, dopo una se...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non sempre il vino corrisponde al giudizio del venditore. Ma le cifre che giovedì Mediobanca — co...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Rush finale e già scontro sui nomi dei manager che dovranno guidare il Recovery plan e sui progetti...

Oggi sulla stampa