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Un anno senza cause Solo così finirebbero i processi arretrati

Lo slogan è fin troppo facile: «Giustizia incivile, arretrato di 5,2 milioni di cause». È un numero reale, dietro il quale si nasconde però una realtà complessa e variegata, «che pur nella sua indubbia gravità andrebbe spiegata e, almeno in parte, ridimensionata».
Ecco perché il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia, con uno studio del direttore Mario Barbuto, ha pensato bene di scomporre quella cifra, separare i numeri degli affari pendenti per grado di giudizio, materia e territorio, in modo da offrire spunti per un’analisi utile a trovare soluzioni. Un «censimento selettivo» dell’arretrato civile che porta a conclusioni — seppure parziali — meno drammatiche di quanto si possa immaginare.
L’introduzione della distinzione tra arretrato vero e proprio e «giacenza», ad esempio, porta a dire che il primo è una patologia che diventa emergenza quando raggiunge livelli troppo alti, mentre la seconda è la fisiologica disparità tra il numero di nuovi fascicoli che arrivano sulle scrivanie dei giudici e quelli che si riescono a definire nello stesso periodo di tempo; e di solito non raggiunge dimensioni allarmanti. Anzi, il dato sulla produttività dei giudici italiani nel settore civile è tra i più alti in Europa. Secondo l’ultimo Rapporto sull’efficienza della giustizia della Comunità, l’Italia è al secondo posto per la «consistenza quantitativa annua di domanda di giustizia» dopo la Russia, ma secondi sono anche i nostri magistrati nella classifica del numero di procedimenti definiti, davanti a Francia e Spagna.
I dati dei procedimenti iscritti e di quelli definiti riferiscono che nel 2011, a fronte di 4.475.419 nuovi fascicoli, ne sono stati chiusi 4.527.574; lo stesso trend s’è avuto nel 2012, finché nel 2013 sono stati definite 4.554.038 cause mentre quelle sopravvenute si sono fermate a 4.348.902. Cifre ancora da capogiro, ma che registrano come l’arretrato complessivo sia sceso, negli ultimi tre anni, di quasi cinquecentomila processi.
Da questi numeri si deduce che i giudici italiani sono in grado di definire all’incirca 4,5 milioni di procedimenti all’anno, cioè in media 375.000 ogni mese. Ciò significa che, immaginando un ipotetico quanto irrealistico periodo senza nuovi processi, per smaltire l’intero arretrato civile sarebbero sufficienti 14 mesi, poco più di un anno. «Ci sarebbe da essere soddisfatti, anziché disperarsi», commenta Barbuto.
Immaginare un blocco delle nuove cause per azzerare il pregresso accumulato negli anni è tuttavia irrealistico. Ecco perché l’analisi del ministero si è concentrata anche sulla «vetustà» dei processi arretrati, andando ad analizzare quali e quante sono le pendenze più antiche. Il risultato è che nei tribunali ordinari risultano ancora aperti 86.022 procedimenti avviati prima dell’anno 2000, 122.611 iscritti a ruolo fra il 2001 e il 2005, e ben 709.847 cominciati fra il 2006 e il 2010. Ad essi vanno aggiunti circa 130.000 cause pendenti nelle corti d’appello risalenti al periodo 2000-2010.
Il totale si attesta su un milione di processi e poco più, che sono il vero arretrato della giustizia civile italiana, a rischio risarcimento nei confronti dei cittadini che decidessero di fare causa allo Stato per la lungaggine dei processi.
Una «mina vagante», secondo il rapporto ministeriale, fatta di «cause vecchie e stagionate che i giudici italiani non riescono (e non sono riusciti) ad eliminare. Finché vi sarà una sola di tali pratiche vetuste, la giustizia civile non potrà considerarsi degna di un Paese normale».
Ecco perché in queste situazioni dovrebbero intervenire i capo degli uffici, i quali «hanno l’obbligo di legge di programmare gli interventi mirati che garantiscano la rapida, se non immediata, eliminazione dell’arretrato, anche a costo di ritardare temporaneamente la trattazione degli affari più recenti. È preferibile infatti che gli affari più recenti crescano leggermente di durata, e anche di numero, anziché tollerare che negli armadi stazionino sine die affari risalenti nel tempo».
Secondo il ministro della Giustizia Andrea Orlando, «questo studio è un importante sostegno al percorso riformista intrapreso dal governo, impegnato per abbattere l’arretrato civile e restituire credibilità al sistema; il pezzo di riforma già approvato dal Parlamento sarà presto integrato dalle norme della legge delega sul processo civile. Le nuove analisi ci consentiranno di capire meglio dove incidere e come intervenire».

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