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Un anno in salita per il fondo Pmi

di Giuseppe Chiellino

Due operazioni «pronte per la firma nei prossimi giorni» che si aggiungono a quella deliberata a fine dicembre di 6 milioni per entrare nel capitale della Arioli spa. Con questo (magro) bottino il Fondo italiano d'investimento si avvia a festeggiare il primo compleanno con i bicchieri pieni a metà. O vuoti a metà, dipende dai punti di vista. Eppure il 18 marzo del 2010 il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, in occasione della costituzione della Sgr, l'aveva definita «la cosa giusta al momento giusto e fatta nel modo giusto». «Creerà e salverà posti di lavoro» aveva assicurato poi il 15 novembre presentando in pompa magna nella sede di Assolombarda i progetti del fondo, finalmente operativo. E le aspettative sono cresciute cammin facendo, anche negli incontri del presidente Marco Vitale e dell'ad, Gabriele Cappellini, per presentare il fondo ai destinatari finali: gli imprenditori.

Fare oggi un bilancio è prematuro. «Bisogna aspettare almeno l'inizio dell'autunno» riconoscono in molti. Insomma, almeno un anno dopo l'avvio dell'operatività, «tenuto conto che ogni operazione richiede quattro-cinque mesi di lavoro, a prescindere dalle dimensioni» spiega un esperto.

Intanto, però, in questi primi mesi alcuni nodi sono venuti al pettine. L'interesse con cui l'iniziativa è stata accolta dalle imprese è stato altissimo. E con esso le aspettative, forse anche per qualche malinteso iniziale dovuto all'enfasi con cui è stata presentata. La struttura, praticamente una start-up, è stata sommersa da una quantità esorbitante di domande (già due mesi fa Vitale aveva parlato di 300). «La due diligence – spiega un consigliere – non è uno scherzo per piccole aziende familiari, soprattutto se c'è poca trasparenza». E qui arriva un altro nodo: la qualità delle candidature spesso è molto bassa. Si ragiona più in termini di finanziamento che di coinvestimento, come invece è nella logica del fondo. Molte imprese arrivano impreparate, con presentazioni incomplete e soprattutto senza un vero piano di sviluppo.

Emergono i limiti delle pmi, ma c'è chi vede nel lavoro del fondo un'occasione per promuovere cultura imprenditoriale e di sviluppo nel paese. Cosa che stanno cominciando a fare i nuovi sportelli delle sedi territoriali di Confindustria. «Serve un salto culturale – è l'ammissione – ma ci vuole tempo».

Considerato che la taglia degli investimenti diretti è di massimo 10 milioni e che il fondo ha a disposizione almeno 600 milioni da impiegare in 5 anni, bisognerebbe farne uno al mese. «Altrimenti si rischia di non investire tutto». L'alternativa è fare operazioni più grandi, ma modificherebbe la natura del fondo e comunque non è in discussione. Per gli investimenti indiretti (in fondi di fondi) le candidature iniziali sono state numerose ma, alla verifica sul campo, i paletti imposti dallo statuto del fondo italiano (investimenti di minoranza, presenza nei cda e pochissima leva) si sono rivelati troppo stretti. Perciò, riferisce un'autorevole fonte, si sta andando verso una maggiore flessibilità: il rappresentante entrerà nei comitati d'investimento invece che nel cda, un po' di leva sarà ammessa e la regola della minoranza potrebbe essere piegata al criterio della proporzionalità della quota investita nel fondo target.

Nella riunione del cda che ieri ha deliberato due operazioni d'investimento in due aziende del Centro-Nord di dimensioni superiori alla Arioli (vedi il Sole 24 Ore del 21 dicembre 2010) il rappresentante del Tesoro, Andrea Montanino, ha espresso «un richiamo forte alla sobrietà». In vista dell'apertura della sede di Roma, è il messaggio, bisogna contenere le spese di rappresentanza, magari compensando quelle della prestigiosa sede milanese.
 

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