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Un altro rinvio per il «Made in»

La partita sull’etichettatura che precisi l’origine dei prodotti di consumo non alimentari, cavallo di battaglia dell’Italia, tornerà a essere discussa a livello europeo durante la prossima presidenza lettone dopo che ancora ieri i Ventotto non sono riusciti a trovare una intesa su un tema controverso. In compenso, i ministri hanno trovato un accordo per chiedere alla Commissione europea di valutare da ora in poi con maggiore continuità i rischi di competitività delle proprie proposte legislative.
«La presidenza italiana dell’Unione ha mantenuto altissima l’attenzione sul problema» dell’etichettatura dei prodotti non alimentari, un dossier che porta il nome di “Made in”, ha spiegato ieri qui a Bruxelles durante una conferenza stampa il ministro italiano dello Sviluppo economico, Federica Guidi. «Non siamo riusciti a trovare una mediazione – ha aggiunto – perché diversi paesi, tra cui la Germania, non hanno una visione comune» (si veda Il Sole 24 Ore del 6 novembre).
Da mesi ormai la questione sta dividendo i Ventotto. Molti paesi vorrebbero che sui prodotti non alimentari fosse precisata l’origine geografica, per difendersi anche dalla contraffazione. Questi stati membri sono tra gli altri la Francia e l’Italia. I paesi del Nord – che spesso producono all’estero sulla scia di una ampia delocalizzazione degli stabilimenti industriali, come la Germania – sono contrari. Guidi ha assicurato che l’Italia continuerà «l’interlocuzione con tutti i paesi membri».
La prossima discussione si baserà su uno studio della Commissione relativo ai costi e ai benefici dell’etichettatura d’origine, atteso nei primi mesi del 2015 durante la prossima presidenza lettone dell’Unione. Un possibile compromesso, ha detto il ministro Guidi, potrebbe riguardare «la perimetrazione del campo di applicazione», eventuali «clausole di revisione» o «criteri alternativi» per precisare l’origine di un prodotto. Il dossier “Made in” fa parte di un regolamento più generale sulla sicurezza dei prodotti.
Sempre ieri, i ministri riuniti nel Consiglio Competitività si sono trovati d’accordo per chiedere alla Commissione di «continuare a migliorare e di utilizzare i dati e gli strumenti disponibili per monitorare la competitività e presentare in modo più sistematico le relative conseguenze». Nei fatti, i Ventotto vogliono che l’esecutivo comunitario valuti costi e benefici, in termini di competitività, delle proposte legislative che attengono in un modo o nell’altro all’industria e al tessuto economico.
La crisi economica degli ultimi anni ha indotto le associazioni di categoria a fare pressione perché da parte di paesi membri e istituzioni comunitarie ci sia più attenzione alla difesa della competitività dell’economia europea. Di recente, nodi vi sono stati su questo versante nei settore dell’energia, della lotta all’inquinamento, degli accordi di libero scambio. In generale, l’industria europea si lamenta di troppe norme e di un mercato europeo troppo aperto rispetto a quelli più chiusi della concorrenza.
Infine, il Consiglio Giustizia ha trovato ieri anche una intesa tra i governi e con il Parlamento sulle procedure di insolvenza delle società. L’accordo prevede modifiche all’attuale legislazione che oggi si concentra sulla liquidazione dell’azienda. Le nuove norme daranno un quadro legale europeo anche al processo di ristrutturazione aziendale. Tra le altre cose, le nuove regole garantiranno certezza legale sulla competenza giurisdizionale, chiarendo il concetto di principale centro di interessi di una società.

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