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Ultimi ritocchi al Def, il varo slitta a venerdì

Il governo incontri l’Anci prima del varo del Def, «in modo che si possa avere un confronto aperto e che possiamo avanzare le nostre proposte». La richiesta del presidente dell’associazione dei comuni e sindaco di Torino, Piero Fassino, che evidentemente punta a giocare d’anticipo anche per quel che riguarda gli effetti finanziari della Local tax, la nuova imposta sugli immobili che dal 2016 dovrebbe unificare Imu e Tasi, ma anche la necessità di meglio definire i dettagli dei testi all’esame dei tecnici di palazzo Chigi e del Tesoro, spingono per un «supplemento di istruttoria» prima del via libera definitivo. Oggi il Consiglio dei ministri potrebbe limitarsi a un esame preliminare, mentre il varo dell’intero quadro programmatico (Def, Programma nazionale di riforma e aggiornamento del Programma di stabilità) slitterebbe a venerdì. I comuni sono sul piede di guerra. «Si tenga contro soprattutto – osserva Fassino – che negli ultimi anni ci è stato chiesto uno sforzo finanziario notevole, proporzionalmente superiore rispetto a quello chiesto ad altri livelli istituzionali». A rischio sono i servizi essenziali, «asili nido, scuole materne, assistenza domiciliare agli anziani, il trasporto pubblico locale». 
In primo piano le nuove stime relative alla crescita. Al momento, e in attesa di quantificare più nel dettaglio sia l’effetto delle variabili esterne (dal quantitative easing al calo dei tassi), sia le variabili interne (l’impatto delle riforme in termini di incremento del Pil potenziale), il governo si attesterà su una linea di sostanziale prudenza. Per il Pil, si va verso lo 0,7%, target leggermente superiore allo 0,6% stimato a fine 2014. Nel 2016, la crescita dovrebbe consolidarsi in un range tra l’1,3 e l’1,5%, con il deficit che resterebbe fermo quest’anno al 2,6%, per ridursi nello scenario programmatico attorno all’1,8 per cento. Resta aperta la possibilità che con la manovra di bilancio del prossimo ottobre l’asticella effettiva venga elevata al 2,2%, aprendo in tal modo lo spazio a un utilizzo di parte del deficit per il finanziamento delle misure da inserire in legge di stabilità.
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan punta a rafforzare il quadro di finanza pubblica attraverso la graduale riduzione del deficit nominale (lo scorso anno al 3% del Pil), ora garantita anche dalla maggiore crescita, senza con ciò pregiudicare le misure dirette al sostegno dell’attività economica. In parallelo, tra la primavera e l’estate partirà la trattativa con la Commissione europea – di cui si fa cenno nel Def – per spuntare ulteriori margini grazie alla «clausola di flessibilità sulle riforme». Spazio di manovra che si tradurrebbe in maggior tempo a disposizione per rispettare il timing di riduzione del deficit strutturale (al netto delle variazioni del ciclo economico e delle una tantum) in direzione del pareggio di bilancio. Se applicata integralmente, a fronte di un percorso di riforme strutturali con effetti certi e quantificati sul potenziale di crescita dell’economia, la clausola di flessibilità potrebbe valere fino allo 0,5% del Pil (7-8 miliardi), da utilizzare per il finanziamento delle riforme, con un ulteriore allungamento dei termini per raggiungere il pareggio, che slitterebbe dal 2017 al 2018.
La partita più impegnativa si conferma quella con i tagli strutturali alla spesa corrente. Nel Def si cifra il nuovo intervento in cantiere in 10 miliardi, destinati integralmente a disinnescare le clausole di salvaguardia (per il resto si farebbe fronte con il risparmio atteso dalla discesa dei tassi e dello spread). Si punta tuttavia anche più in alto. Qualora i risparmi della spending review dovessero risultare più corposi, con la crescita più sostenuta e le riforme in gran parte realizzate, l’intenzione – confermano fonti governative – è di utilizzare il margine aggiuntivo per interventi diretti alla riduzione della pressione fiscale, in primo luogo sul lavoro. Il ricorso a parte del maggior deficit nominale servirebbe a finanziare interventi, anch’essi qualificati come fondamentali per il sostegno alla crescita, tra cui la conferma (con criteri forse più selettivi) della decontribuzione per i nuovi assunti a tempo indeterminato. L’Iva non aumenterà – assicura Matteo Renzi, e il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd) si augura che non si tratti solo di uno slittamento al 2017: «Le imprese devono avere la certezza che non c`è una spada di Damocle come l’aumento dell’Iva nemmeno nel 2017. Bisogna tagliare la spesa, è opportuno chiudere molte municipalizzate che non funzionano e tagliare la spesa centrale di alcuni grandi ministeri che non hanno fatto la cura dimagrante».
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