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Ultima chiamata per il rilancio delle imprese Si parte da nuove macchine e digitalizzazione

L’Italia è tornata a fare politica industriale. Era dai tempi del varo di Industria 2015 (nel 2006 con il ministro Bersani) che non accadeva. L’approccio è molto diverso e fa tesoro degli errori di allora quando si era pensato che dal ministero si potessero scegliere le traiettorie imprenditoriali di business. Oggi in verità il menù è pressoché obbligato, il mondo manifatturiero si è messo a correre, i tedeschi hanno imposto con la forza delle loro grandi aziende di sistemi integrati il format 4.0 e per noi suona «un’ultima chiamata», come l’ha definita ieri il presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca. Abbiamo già subito la redistribuzione delle quote mondiali legata all’avvento dei nuovi Paesi produttori e non possiamo permetterci altre retromarce, pena cadere in una sorta di deindustrializzazione precoce.

Purtroppo il nostro parco macchine è diventato vecchio, la digitalizzazione è in ritardo, è basso il livello di integrazione sistemica e con i big data siamo ancora all’abecedario. È giusto quindi che il governo si faccia carico di accelerare stimolando gli imprenditori a investire/modernizzare e avocando a sé una funzione quasi pedagogica. Si dovranno cambiare le macchine ma anche la cultura d’impresa — e non è facile dire quale delle due strade sia più in salita — e la sferzata che arriva dal centro è positiva perché rompe quel clima di incertezza, e in qualche caso di rassegnazione, che comincia a pesare nei territori. In più il piano mette per la prima in connessione stretta imprese e università, individuando dei centri di eccellenza (pochi) a cui rivolgersi per costruire insieme l’innovazione necessaria. Non potendo costruire i Fraunhofer, che in Germania si occupano di trasferire tecnologia alle Pmi, proviamo una strada diversa.

Ieri il ministro Carlo Calenda ha dato le prime cifre sull’impegno finanziario del governo, nella sostanza 13 miliardi di incentivi fiscali spalmati su più anni ma ha anche garantito che saranno varati una serie di strumenti-leva per accompagnare gli investimenti privati e moltiplicarne l’impatto. Come è ovvio molto dettagli del piano sono ancora tutti da approfondire: penso al coinvolgimento dei settori non meccanici (il made in Italy leggero), al ruolo che possono ricoprire le filiere produttive nel tenere insieme la media impresa e i Piccoli, e via di questo passo. Ma prima dei dettagli conta l’operazione in sé. Mobilitare il tessuto intermedio delle imprese italiane, favorire una ripresa dello spirito imprenditoriale, contaminare la tradizionale cultura manifatturiera con l’innovazione che viene dai servizi e che oggi passa per l’accesso a una serie di tecnologie abilitanti (dalla robotica interconnessa alla cybersecurity). Sono obiettivi importanti per non perdere il passo dei nostri concorrenti e per conservare il vantaggio competitivo in quei segmenti di mercato in cui fortunatamente lo abbiamo ancora. Infine il lavoro: l’orizzonte di Industria 4.0 non è fatto solo di impianti e digitale ma richiede la crescita del capitale umano e il coinvolgimento delle persone tramite uno scambio tra salario e produttività. Al tempo di Internet la politica industriale si fa anche così.

Dario Di Vico

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