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Ultima chiamata per l’evasore

La voluntary disclosure è l’ultima occasione utile per chi ha portato capitali all’estero senza dichiararli e vuole continuare a dormire sonni tranquilli. In mancanza di emersione anche un’evasione commessa molti anni fa e prescritta ai fini fiscali, può tornare a essere punibile in presenza di qualsiasi atto di disposizione nei confronti dello stesso capitale. D’altra parte chi fa emergere i fondi illegittimamente detenuti all’estero dovrà anche sistemare con lo stesso strumento tutte le sue irregolarità detenute in Italia. La voluntary è insomma una rete a strascico che trascina verso l’emersione non solo tutte le posizioni del contribuente, ma anche quelle di soci e controparti. Lo ha detto Luigi Casero, viceministro dell’economia, nel corso del videofourm organizzato ieri da ItaliaOggi in collaborazione con Ubs. Ecco la sintesi dell’intervista andata in onda ieri mattina su Class/Cnbc, che sarà disponibile tra qualche giorno anche in modalità e-learning.

Domanda. Molti operatori lamentano l’eccessiva complessità delle procedure, che rende la riemersione in alcuni casi addirittura impossibile. Altri lamentano i costi eccessivi. Sono prevedibili interventi correttivi per risolvere questi e altri problemi?

Risposta. Il meccanismo della voluntary disclosure è stato messo a punto in attuazione di direttive internazionali. In particolare le indicazioni dell’Ocse. È un sistema certamente complesso che richiede al contribuente una completa confessione nei confronti dell’Agenzia delle entrate di tutte le situazioni finora non dichiarate, per versare le impose finora evase, più interessi e sanzioni ridotte. Da un certo punto di vista è un’opportunità per il contribuente di fronte al cambiamento radicale della situazione internazionale, con la chiusura di tutti i più importanti paradisi fiscali (e anche quelli che sono rimasti, sono convinto, seguiranno). Difficile pensare ad altre modifiche normative, arriveranno invece a breve circolari esplicative che dovrebbero chiarire meglio i punti più controversi.

D. A che punto è l’accordo Italia-Svizzera? Potrà essere ratificato entro il 2 marzo?

R. Speriamo di chiedere l’accordo con la Svizzera nel più breve tempo possibile. E sono convinto che ce la faremo prima del 2 marzo, termine ultimo per far uscire quel paese dalla black list anche ai fini della voluntary disclosure.

D. Con l’autoriciclaggio risulteranno punibili anche fatti di evasione commessi in anni ormai del tutto prescritti?

R. Si tratta di due reati distinti. Quindi è possibile che il reato di evasione sia stato commesso in annualità ormai completamente prescritte, ma se il comportamento che fa sorgere il reato di antiriciclaggio è recente, può essere punibile.

D. Facciamo un caso concreto. Ho portato all’estero vent’anni fa dei capitali frutto di evasione. È scattata la prescrizione. Ma se l’anno scorso, in vista della caduta del segreto bancario, ho spostato i fondi dalla Svizzera a Dubai, sono perseguibile per autoriciclaggio. Giusto?

R. Sì, salvo che non aderisca alla voluntary disclosure.

D. È obbligatorio per chi fa riemergere i capitali all’estero regolarizzare anche tutte le sue posizioni domestiche?

R. È una possibilità offerta al contribuente. Il parlamento ha infatti deciso di ampliare le possibilità di emersione. Il contribuente che aderisce alla voluntary esterna non è obbligato a far emergere anche le irregolarità interne, ma se non lo fa non si mette al riparo da atti di accertamento. Io direi che una volta cominciata l’opera di disvelamento non gli conviene fermarsi a metà. A differenza che nello scudo fiscale, dove si poteva operare una sanatoria fino a una certa cifra, qui siamo di fronte a una trasparenza tendenzialmente completa.

D. Non c’è il rischio di trasformare la voluntary in un’autodenuncia per tutti soggetti in qualche modo coinvolti con l’esportazione illecita di capitali?

R. La voluntary disclosure fatta dal contribuente serve anche a schermare l’attività del professionista che lo ha assistito. Lo stesso vale per il professionista (diverso) che in precedenza aveva aiutato il professionista ad esportare i capitali. Ma se il professionista aiuta il contribuente, non ad emergere, ma a sfuggire alla voluntary, può essere imputabile per riciclaggio. Per quanto riguarda soci e controparti, invece, è evidente che l’autodenuncia di un contribuente può svelare anche le posizioni di terzi e li mette in qualche modo di fronte alla necessità di emergere a loro volta. Quindi se i soci, per esempio non partecipano certamente non vengo schermati dall’emersione. Di fatto è come se venissero denunciati.

D. Perché non prevedere una rateazione che consenta di spalmare i pagamenti dei debiti tributari su dodici rate trimestrali di pari importo, invece su sole tre rate mensili?

R. L’obiettivo iniziale è sempre stato quello di far rientrare questi capitali. Per definizione, quindi i capitali all’estero esistono. Per questo originariamente si era pensato ad una rata unica. Poi si sono ammesse tre rate mensili. In realtà però il contribuente che vuole emergere dovrebbe aver avuto tutto il tempo necessario per smobilizzare i propri capitali e rendere possibile il versamento delle imposte.

D. Qualcuno ha sostenuto che siccome il legislatore non ha escluso la punibilità dell’autoriciclaggio, banche e professionisti che aiutano il cliente a emergere rischiano di incappare nel reato di favoreggiamento. Qual è la posizione del ministero?

R. Non c’è il reato di favoreggiamento, perché questo presuppone che ci sia una posizione attiva di un soggetto che ne aiuta un altro a compiere un reato. Il professionista che aiuta il contribuente a emergere non fa questo, anzi presta la sua opera per evitare che un altro reato venga compiuto. Al contrario il professionista che aiuta il cliente a sfuggire al fisco, piuttosto che nel reato di favoreggiamento incapperà in quello di autoriciclaggio.

D. Il governo ha già messo nero su bianco la previsione di un gettito di un miliardo e mezzo, in mancanza del quale bisognerà fare ricorso a aumenti di acconti d’imposta e/o accise. Ma quanto gettito vi aspettate dalla VD?

R. In realtà il governo ha messo a bilancio solo un euro. Quel miliardo e mezzo è invece la previsione di altre forme di lotta all’evasione previste da questo governo, in particolare lo split payment. Noi in realtà ci aspettiamo un gettito consistente, che sarà destinato a riduzione del debito pubblico ed eventualmente alcune spese di investimento una tantum.

D. La voluntary disclosure è il frutto della volontà ferma dei paesi occidentali più importanti che, dopo la crisi del 2008 si sono resi conto che non potevano più permettersi di far fuggire nei paradisi fiscali quote sempre maggiori di redditi e quindi di gettito. È un trend destinato a proseguire? Quali sviluppi si aspetta?

R. È così. Ed entro il 2018 si arriverà ad un livello di trasparenza molto più intenso all’interno di tutti i paesi più importanti. Restano aperte alcune situazioni marginali di paesi dalla scarsa affidabilità finanziaria e giuridica. Ma sono convinto che alla fine cederanno anche queste piccole roccaforti. La battaglia sulla trasparenza è quasi vinta e non si tornerà indietro. L’altra grande sfida è quella della uniformità dei sistemi fiscali, che diventa decisiva in un mondo sempre più globalizzato. Dobbiamo impedire che, attraverso lo spostamento della sede legale delle gradi imprese, si finisca con lo spostare grandi masse di materia imponibile e quindi di gettito. Su questo tema si stanno confrontando i più importanti paesi del mondo: dopo quello della trasparenza dei conti la grande scommessa di un mondo senza frontiere sarà proprio quella dell’equità fiscale tra imprese che competono in un sistema ormai globalizzato.

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