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Ultima chiamata per i giudici di pace: addio a 500 uffici

Sono più di 500 gli uffici del giudice di pace che spariranno dalla nuova mappa della geografia giudiziaria. Tante sono, infatti, le sedi che non saranno raggiunte dal salvagente dei Comuni.
I numeri definitivi, a dire il vero, si conosceranno con certezza solo nei prossimi giorni, perché scade oggi, 29 aprile, il termine entro cui gli enti possono chiedere al ministero della Giustizia di tenere in vita gli uffici del giudice di pace, impegnandosi, allo stesso tempo, a sostenere le spese per il loro funzionamento. In ogni caso – come fanno sapere da Via Arenula – non dovrebbero arrivare più di 150 domande dai Comuni. Domande che poi dovranno essere valutate, ma che, in buona parte, è probabile saranno accettate, anche perché i tecnici del ministero hanno contattato i Comuni che hanno inviato le domande, sollecitando, se necessario, modifiche e integrazioni.
A ridurre il numero degli uffici del giudice di pace è stato il decreto legislativo 156 del 2012, messo a punto dal Governo Monti e dal ministro della Giustizia, Paola Severino, in attuazione della legge 148 del 2011 sulla riforma della geografia giudiziaria. In particolare, il decreto 156 ha soppresso 667 uffici del giudice di pace (su un totale di 846). Una decisione più “morbida” rispetto all’ipotesi originaria del ministro, che aveva pensato di cancellare 674 uffici. In pratica, sono stati mantenuti in vita i giudici di pace in sette isole: Ischia, Capri, Lipari, Elba (a Portoferraio), La Maddalena, Procida e Pantelleria.
Il decreto ha lasciato uno spiraglio anche per i 667 uffici soppressi: a salvare i giudici di pace potrebbero essere i Comuni dove operano, a patto che si accollino le spese di gestione.
La procedura per il salvataggio da parte dei Comuni si è aperta lo scorso 28 febbraio, quando le tabelle con l’elenco degli uffici soppressi sono state pubblicate sul bollettino ufficiale e sul sito internet del ministero della Giustizia. Da allora è partito il conto alla rovescia dei 60 giorni a disposizione degli enti locali per chiedere di mantenere gli uffici colpiti dalle cancellazioni, facendosi carico, per intero, delle spese di funzionamento, comprese quelle per il personale amministrativo.
Così, per salvare i loro giudici di pace, i Comuni devono presentare entro oggi un’istanza formale, con carattere vincolante, per farsi carico degli oneri relativi all’ufficio del giudice di pace. Nel dettaglio, il ministero ha chiarito che i Comuni devono «esplicitamente assumere gli impegni relativi alle spese, al personale amministrativo e all’erogazione del servizio giustizia». In pratica, a carico della Giustizia resteranno solo i compensi dei giudici di pace e le spese per la formazione iniziale del personale degli enti locali.
Oneri che, evidentemente, si sono rivelati troppo gravosi per la maggior parte dei Comuni interessati, alle prese con la crisi economica e con i vincoli del patto di stabilità. Tanto che oltre 500 enti, sui 667 investiti dai tagli della geografia giudiziaria, non hanno spedito istanze al ministero della Giustizia e hanno, così, rinunciato a mantenere un presidio giudiziario sul territorio.
Ora si apre la fase finale della partita sui giudici di pace. Il ministro della Giustizia ha 12 mesi di tempo da oggi per valutare le domande e stilare la lista definitiva degli uffici soppressi. Soltanto allora l’accorpamento diventerà efficace.
I giudici di pace rappresentano un tassello del più ampio mosaico della nuova geografia giudiziaria. Il decreto legislativo 155 del 2012, infatti, ha sancito l’addio a 31 piccoli tribunali (sul totale di 165) e procure e alle 220 sedi distaccate. La soppressione dovrebbe diventare efficace il prossimo 13 settembre, dopo un anno dall’entrata in vigore del decreto. Ma contro il rispetto dei tempi giocano una serie di fattori. Intanto, il ritardo con cui il ministro Severino ha approvato le nuove piante organiche dei magistrati, dopo uno scontro con il Csm, e del personale amministrativo: attese entro fine 2012, sono state definite solo nei giorni scorsi. C’è poi l’incognita della Consulta, che il 2 e il 3 luglio discuterà alcune questioni sollevate contro la legge e sostenute dall’avvocatura, che, contro la riforma, ha anche proclamato due giorni di sciopero per il 29 e il 30 maggio.

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