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Ultima chiamata in Europa per la legge sul copyright

La Commissione europea non poteva essere più netta: « Ora o mai più » . Se domani l’aula di Strasburgo non approverà la riforma del copyright, il testo passerà in cavalleria. Difficile portarlo a casa nella prossima legislatura, quando la plenaria dell’Europarlamento registrerà l’arrivo in massa di nazionalisti, sovranisti, euroscettici e sostenitori della democrazia illiberale contrari alla libertà di stampa e di espressione e quindi a sostenere il diritto dei media e degli autori ad un giusto compenso per le opere utilizzate dai motori di ricerca ( Google) o dalle piattaforme ( Youtube). Le quali hanno speso ingenti risorse per influenzare il voto dell’Assemblea, sommando ad una aggressiva attività di lobby una campagna di fake news per guadagnare il consenso dell’opinione pubblica: ad esempio la famosa (e inesistente) link tax a carico degli utenti o il ( fantasioso) divieto di scambiarsi via social le foto dei calciatori preferiti.
Dunque domani l’Europarlamento ci riprova dopo che a luglio l’aula aveva bocciato il mandato al relatore Axel Voss ( Cdu- Ppe) a negoziare con Consiglio ( governi) e Commissione il testo finale della riforma che per Bruxelles è chiamata a salvare libertà di stampa, pluralismo e dunque il dibattito democratico in Europa. La pressione ora come prima dell’estate è fortissima, basti pensare che funzionari ed eurodeputati hanno ricevuto 4,5 milioni di mail, non tutte garbate, se non minatorie, contro la direttiva. I due articoli cardine sono l’ 11 e il 13. Il primo prevede appunto un giusto compenso per editori e giornalisti da parte dei motori di ricerca che utilizzano i loro articoli, il secondo introduce l’obbligo per le piattaforme di ottenere una licenza per i contenuti audio e video online, quindi di pagarli. Dopo la bocciatura di luglio, ora i deputati avranno la possibilità di votare gli emendamenti al testo originario ( sono 255) e poi si esprimeranno ancora sul mandato. Come due mesi fa la plenaria è spaccata con una saldatura tra ali estreme, governi sovranisti come quello italiano, polacco o ungherese e le multinazionali, già nel mirino per non pagare le tasse in Europa e per l’utilizzo improprio dei dati degli utenti. A favore della riforma c’è tutto il Ppe, a parte la sua componente polacca. Spaccati invece i Socialisti e democratici ( Pse): per la direttiva sono Pd, Ps francese, greci e portoghesi; contrari Spd, austriaci e in generale tutti i partiti dell’Est. Divisi anche i liberali (Alde), con la stessa faglia geografica dei socialisti. Contrari Verdi, Gue ( comunisti) e tutti i sovranisti: Efdd ( M5S- Ukip) Enf (Lega-Le Pen) Ecr (il Pis di Jaroslaw Kaczynski e i Democratici svedesi). A cavallo dei due fronti i 20 Conservatori inglesi: sostengono l’articolo 13 ( audio- video) ma non l’articolo 11 (stampa).
I numeri su entrambi gli articoli sono tirati, i supporter del sì hanno guadagnato qualcosa rispetto a luglio visto la crescente attenzione al tema, ma sembrano ancora sotto e soprattutto nelle ultime ore si sono spaccati. L’industria culturale sostiene i due emendamenti ( sull’ 11 e sul 13) del relatore Axel Voss, che confermano il giusto compenso e specificano alcuni aspetti usati pretestuosamente dalle multinazionali per guadagnarsi il favore del pubblico rendendo ancora più chiaro che per gli utenti (e per i siti alla Wikipedia) nulla cambierà. Però anche Jean-Marie Cavada ( Alde), paladino del copyright, ha presentato due emendamenti più morbidi, nella speranza di arrivare a un compromesso con il resto dell’aula limitando però i diritti dei media e degli autori. Al momento quindi i favorevoli si spaccherebbero sulle due versioni, tanto che si parla di una recente telefonata dello stesso Macron a Cavada per convincerlo a fare un passo indietro. -Se tutti e due i set di emendamenti resteranno in campo rischiano di elidersi, ma resterebbe viva la proposta della Commissione giudicata equilibrata da editori e produttori. Però a Strasburgo circola il timore che a quel punto per ripicca reciproca i deputati di Pse e Alde possano dare vita ad un maxi scontro anche sul voto finale della direttiva, affondandola definitivamente . «Con beneficio dei soliti noti » , notava ieri sconsolata la Commissione. Ovvero delle multinazionali del Web.

Alberto D’Argenio

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