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Uk, via l’Iva fino a marzo 2021

Niente più sarà come prima. Ogni crisi è anche una opportunità ma va guidata e interpretata con coraggio e competenza altrimenti se ne diventa vittime». Edoardo Narduzzi, un passato da giornalista finanziario, poi imprenditore di successo, fondatore e presidente di Mashfrog, un gruppo da circa 30 milioni di fatturato entrato nella classifica del Financial Times delle migliori mille imprese europee per crescita triennale, invita a fare oggi le scelte giuste. Le imprese che sopravvivranno alla crisi Covid? «Non ci saranno settori merceologici che chiuderanno, ma cambieranno i volumi. Il combinato del cambiamento delle condotte sociali e quello dell’adozione accelerata delle nuove tecnologie darà vita a contesti competitivi originali». Intanto occorre sopravvivere e le misure messe in campo dal governo per sostenere le imprese «oggi ancora non hanno prodotto effetti. Ma il tempo per evitare la bancarotta è decisivo. Nel Regno Unito il pagamento dell’Iva è stato sospeso per tutti fino a marzo 2021. Semplice e utile».

Domanda. Secondo Confcommercio solo nel settore dei servizi 50 mila imprese sono a rischio chiusura, 300 mila i disoccupati. Chi sopravviverà alla crisi Coronavirus?

Risposta. Nessun settore produttivo e merceologico sparirà del tutto, ma le dimensioni del business saranno diversi. Nel lockdown stiamo consumando ma preferendo servizi che non richiedono la prossimità o la presenza fisica: il digitale e la connettività sono i settori che saranno avvantaggiati dalla crescita dei nuovi consumi.

D. Il digitale ha un basso impatto occupazionale o sbaglio?

R. Il ricorso a un’app per sapere quanta fila c’è al supermercato oppure l’acquisto di un libro online rappresentano la punta di un iceberg. Sotto vi sono settori di lettura e analisi dati, ci sono infrastrutture da costruire e manutenere. Un mondo nuovo che già esiste oggi, ma che sarà dominante, che richiederà nuove professionalità.

D. Quali sono i settori che subiranno maggiormente i cambiamenti nel post lockdown?

R. Per esempio il turismo, il trasporto, probabilmente la stessa sanità del prima Coronavirus che dovrà fare più medicina del territorio e più prevenzione delle epidemie. Ci sarà un riassetto del mondo industriale e produttivo nel suo complesso oltre che della vita sociale, con una redistribuzione della ricchezza e nuove forme di consumo.

D. In che misura sarà dirimente la mano pubblica?

R. Avremo una politica di spesa pubblica keynesiana enorme con tre caratteristiche peculiari: la prima è che l’inflazione non sarà un problema perché la produzione digitale è deflazionistica; la seconda specificità è che il mercato resterà globalizzato, perché il settore del digitale è per propria natura internazionale anche se nasceranno delle filiere territoriali che si agganceranno alla piattaforma per fornire servizi o pezzi di catena di cui il colosso digitale non può o non vuole occuparsi. Terza conseguenza: una riorganizzazione dei servizi e dei tempi della vita produttiva e sociale.

D. Facciamo un esempio?

R. Penso alla scuola, con un incentivo stabile della parte della didattica on line e l’alternanza dei gruppi negli spazi della scuola, il che comporterà orari di ingresso e uscita diversi.

D. Dopo la spagnola, che pure ebbe impatto notevole, la vita riprese come prima, senza grossi cambiamenti.

R. Questa crisi non lascerà nulla come prima. Il combinato del cambiamento delle condotte sociali e quello dell’adozione accelerata delle nuove tecnologie darà vita a contesti competitivi e organizzativi originali.

D. La richiesta è che lo stato metta in rete anche le informazioni necessarie a gestire un’epidemia, a partire dai dati sanitari.

R. Non ci illudiamo che lo Stato possa fare la rete integrata della sanità o del tracciamento, butteremo solo soldi. Se invece ci appoggiamo, con tutti i crismi e le tutele della privacy e della sicurezza dei dati, su piattaforme di colossi digitali esistenti andiamo in live in pochi mesi e non avremo problemi a gestire i dati.

D. Non c’è un rischio per la nostra privacy? Si dibatte molto sull’opportunità del tracciamento con l’app Immuni per evitare i contagi.

R. Da anni le nostre vite sono state vendute ai giganti del digitale: abbiamo accettato lo scambio tra noi, che riceviamo servizi che non paghiamo, e chi ce li fornisce gratuitamente proprio per avere i nostri dati e su questi fare business. Questa è la realtà. Dopo di che è giusto che siano previste le cautele necessarie per la tutela della riservatezza.

D. Le misure messe in campo dal governo per aiutare le imprese funzionano dal suo punto di vista di imprenditore che lavora tra Italia e Regno Unito?

R. La buona volontà in Italia c’è, ma tra la buona volontà e il risultato c’è una distanza enorme da colmare. Primo problema, la burocrazia. La pubblica amministrazione scarica sul cittadino e sulle imprese le proprie inefficienze. Chi chiede la cassa integrazione, per esempio, deve produrre contratti all’Inps che l’Inps ha già perché depositati. Con una crisi che viaggia così veloce, se si pensa di agire con il solito passo -il decreto legge, la circolare del ministero, la raccolta ex novo di tutti i documenti per azzerare il rischio che siano date sovvenzioni a chi non ne ha i requisiti, e limitare così la richiesta eventuale di risarcimento danni della Corte dei conti- non riapriremo mai. Nel Regno unito hanno rinviato per tutti da subito l’Iva a marzo 2021. Facile e utile, è liquidità vera. In Germania si danno aiuti a fondo perduto.

D. Quali sono le misure che stanno funzionando in Italia? In ballo ci sono ora 30 miliardi di euro.

R. La cassa integrazione, che però è stata anticipata dalle imprese. La sospensione delle imposte invece è solo annunciata, non esiste nei fatti perché devi avere un fatturato inferiore a 50 milioni e un crollo di almeno il 30%. Se il governo continua ad annunciare e non arriva nulla nelle casse delle imprese, nel primo semestre il crollo del 15% del Pil non ce lo toglie nessuno. Servono misure vere, incisive, serve liquidità, per alcuni settori prestiti a fondo perduto altrimenti le imprese non ce la faranno a ripresentarsi sul mercato. E intanto chi si serviva della nostra manifattura si sarà trovato altri fornitori.

D. Sul fronte della ripartenza, siamo sulla strada giusta?

R. La politica mi pare stia navigando a vista, e nella commissione per la Fase 2 il presidente, Vittorio Colao, è l’unico che sa come è fatta un’impresa. Vede, ogni crisi è anche una opportunità ma va guidata e interpretata con coraggio e competenza altrimenti se ne diventa vittime. Se dobbiamo ricostruire a debito con centinaia di miliardi di investimenti, necessari per recuperare la produttività che abbiamo perso e poi per riconvertire le produzioni e il capitale umano, o abbiamo una figura di altissimo livello, di standing internazionale che guidi il Paese, e che sia in grado di essere il nostro garante rispetto ai partner europei, oppure siamo destinati al fallimento.

D. Una figura di altissimo livello, di standing internazionale, per la guida del Paese. Sta facendo il ritratto di Mario Draghi?

R. Esatto.

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