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Uk, gli avvocati sbarcano in Tv

Co-operative Legal Services (Cls), il ramo «legal» della catena di supermercati Cooperative che in seguito alla liberalizzazione del mercato legale inglese si prepara a lanciare una aggressiva offerta di servizi legali nel Regno Unito, parte dalla pubblicità.

Secondo quanto anticipato dalla stampa specializzata, Cls si è affidata all’agenzia pubblicitaria Leo Burnett, che gestisce tra i propri account anche McDonalds, Coca-Cola eKellogg’s, per lo sviluppo di una campagna via radio e tv.

L’obiettivo, conferma Cls, è quello di promuovere un approccio alla professione vicino ai cittadini, che fa leva su parcelle fisse a seconda della necessità del servizio e di una consulenza iniziale gratuita.

La campagna punterà a raccontare casi reali seguiti dai professionisti di Cls, che era stata autorizzata a operare sul mercato legale Uk come Abs, struttura alternativa di business creata dalla normativa soprannominata Tesco Law, lo scorso marzo.

Il ramo legale di Cooperative punta a espandere il numero di dipendenti da 450 a 3000. Numeri che danno l’idea delle aspettative di business di Cls.

Intanto, mentre in Inghilterra una catena di supermercati pubblicizza i propri servizi legali su tv e radio, in Italia le possibiltà di autopromozione dei professionisti e dei loro studi restano limitati.

La possibilità per gli studi legali di pubblicizzare la propria attività è disciplinata sia dalla legge di riforma degli ordinamenti professionali che ammette con ogni mezzo la pubblicità informativa avente ad oggetto l’attività delle professioni regolamentate, sia dal più restrittivo codice deontologico forense.

Il codice deontologico ammette la possibilità per l’avvocato di fornire informazioni sulla propria attività professionale e prevede altresì che le informazioni rese dall’avvocato devono rispondere a criteri di trasparenza e veridicità e devono rispettare la dignità ed il decoro della professione.

Le informazioni non devono inoltre mai assumere i connotati della pubblicità ingannevole, elogiativa o comparativa.

Gli studi legali italiani dunque, fanno pubblicità, ma questa promozione resta spesso limitata alle riviste di settore e a comunicazioni convenzionali, da brochure.

Tra gli studi che negli ultimi anni hanno investito per «rinfrescare» la propria immagine attraverso una campagna pubblicitaria strutturata c’è Nctm.

Vittorio Noseda e Angelo Monoriti, soci dello studio, spiegano che la strategiadi comunicazione è connotata da una estrema prudenza, soprattutto quando si parla di comunicazione esterna. «Diverso invece è per noi il focus sulla comunicazione interna, area cruciale sulla quale stiamo innestando un numero sempre maggiore di progetti. Uno di questi, per fare un esempio, è Nctm e l’arte, un progetto avviato alla fine del 2011, didicato all’arte contemporanea e alla sostenibilità nella sua accezione più larga. Credo di poter dire che il nostro Studio ha sempre brillato per il suo understatement, più che per operazioni d’immagine. La fiducia e i valori oggi associati al nostro brand sono frutto del buon lavoro operato in questi anni dai soci e da una gestione illuminata della nostra cosa comune», spiegano.

Commentando in merito alla normativa, i soci osservano che il codice deontologico indica le informazioni che devono considerarsi obbligatorie in una comunicazione pubblicitria, tra cui, ad esempio, la denominazione dello studio, il consiglio dell’ordine di appartenenza, la sede principali di esercizio, e quelle che possono invece essere riportate in via meramente facoltativa. Il rispetto delle condizioni e dei limiti, la cui verifica è affidata al competente consiglio dell’ordine, può determinare l’assoggettamento dell’avvocato a sanzioni disciplinari.

«Per ciò che concerne i mezzi che l’avvocato può utilizzare per rendere informazioni sulla propria attività professionale, l’art. 17-bis del codice deontologico forense indica in via esclusiva i siti web con domini propri e direttamente riconducibili all’avvocato stesso o allo studio legale in cui esercita la propria attività», commentano gli avvocati.

A differenza di quanto previsto dal generale regolamento di riforma degli ordinamenti professionali, dunque, il codice deontologico forense sembrerebbe non ammettere con specifico riferimento agli avvocati la possibilità di utilizzo di altri mezzi di comunicazione rispetto a quelli ivi espressamente indicati, tra cui i social network.

Tuttavia, sul tema manca ancora la chiarezza. « Nell’interpretare la disposizione in esame, infatti, il Cnf, da un lato, ha ritenuto che la stessa non vieti di per sé l’utilizzo dei sociali network, ma, dall’altro, ha formulato alcune considerazioni in senso restrittivo, evidenziando che le modalità di utilizzo dei social network potrebbero non consentire l’effettuazione dei controlli circa il rispetto dei limiti imposti dal codice deontologico», commentano i soci.

La normativa in esame sembrerebbe oggi porsi in contrasto con l’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione rischiando così di precludere agli avvocati la possibilità di accesso a canali di informazione ormai indispensabili per poter raggiungere destinatari che in passato potevano essere raggiunti con mezzi tradizionali. «Il tutto con evidente pregiudizio anche del pubblico che rischia così, di fatto, di non essere adeguatamente informato», commenta Nctm.

Sono dunque maturi i tempi per una modifica della normativa? La risposta è sì, secondo Nctm. «Non possono esistere limitazioni sui mezzi di comunicazione da utilizzare, salve eccezioni che potrebbero essere indicate specificamente, ma piuttosto sul contenuto e sulle modalità di pubblicazione delle informazioni di modo che, indipendentemente dal mezzo utilizzato, le stesse risultino sempre veritiere e trasparenti e rispettino rigorosamente la dignità ed il decoro della professione; criteri, questo, il cui rispetto andrà ovviamente valutato caso per caso nell’ambito di eventuali procedimenti disciplinari».

Parallelamente, conclude lo studio, un inasprimento delle sanzioni in caso di mancato rispetto dei suddetti principi, potrebbe rappresentare un miglior deterrente contro condotte non conformi senza frustrare e/o limitare a priori la capacità informativa nell’ambito delle professioni legali.

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