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Ufficio del processo e appelli penali limitati per dare fiato alle Corti

L’arrivo di nuovi assunti per l’ufficio per il processo penale. L’ipotesi di dare l’addio agli appelli del pubblico ministero e delle parti civili e limitare quelli degli imputati. E trasformare l’appello in una impugnazione «a critica vincolata», cioè solo per determinati motivi. Sono questi i punti chiave della strategia proposta dalla commissione per la riforma del processo penale, voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi, per rendere più efficiente il giudizio in Corte d’appello, che oggi rappresenta il collo di bottiglia del processo penale.

Il giudizio di appello ha infatti tempi lunghi (oltre mille giorni in media), un arretrato monstre (271.640 pendenze a fine 2020, al 39% concentrate nelle Corti di Napoli e Roma) e un alto tasso di prescrizioni (più di un quarto del totale dei definiti). Un quadro su cui si punta a intervenire nell’ottica della riduzione del 25% dei tempi totali di trattazione dei processi penali previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Le proposte della commissione ministeriale sono attese nei prossimi giorni al Consiglio dei ministri: sul tavolo ci sarà soprattutto la ricerca di un accordo sulla prescrizione, ma non sono escluse modifiche anche su altri capitoli. Poi, le proposte saranno presentate come emendamenti al disegno di legge delega sul processo penale, elaborato quando ministro della Giustizia era Alfonso Bonafede e all’esame della commissione Giustizia della Camera (atto 2435). Passaggi che dovrebbero comunque avvenire in tempi «brevissimi», ha detto la settimana scorsa la ministra Cartabia.

L’ufficio per il processo

La creazione dell’ufficio di staff del giudice è uno dei capisaldi della riforma della giustizia delineata dal Pnrr. Ed è il punto che catalizza le maggiori risorse riservate alla Giustizia: 2,3 miliardi per quasi 17mila assunzioni, tutte a tempo determinato.

Si tratta in realtà di una struttura già prevista dalle norme del 2014, ma finora realizzata in modo disorganico e limitato in ambito penale. Tanto che parte questa mattina da Milano il “viaggio” della ministra Cartabia nelle Corti d’appello per far conoscere l’ufficio per il processo. Un tour che è anche un’occasione per ascoltare le esigenze, le richieste e i progetti delle diverse realtà giudiziarie.

Non a caso l’avvio è da Milano: «Da noi l’ufficio per il processo è operativo e ha dato buoni risultati in termini di aumento della produttività. Finora è stato fatto con poche risorse e usato perlopiù per le emergenze, ora può diventare strutturale», afferma il presidente della Corte d’appello, Giuseppe Ondei.

«È uno strumento molto positivo – conferma Giuseppe De Carolis Di Prossedi, presidente della Corte d’appello di Napoli -. Il lavoro del giudice è di tre tipi: studio del fascicolo, decisione e poi scrittura della sentenza. Sia nella prima che nella terza attività può essere aiutato da uno staff qualificato di aspiranti magistrati e concentrarsi così sulle decisioni. Il limite è che si tratta di assunti a tempo determinato, da formare».

Meno impugnazioni

Nel 2020, secondo una rilevazione dell’ufficio statistiche della Corte d’appello di Roma, a livello nazionale i processi sopravvenuti in appello sono stati il 37,8% di quelli definiti in tribunale; una percentuale che cresce nei distretti di Roma (38,7%) e Napoli (45,7%).

Un flusso che verrebbe ridotto con le proposte della commissione. Intanto, l’eliminazione della possibilità di proporre appello per i Pm e per le parti civili. Poi, lo stop all’appello degli imputati contro le sentenze di proscioglimento su reati puniti solo con pena pecuniaria o con pena alternativa, le sentenze di condanna a pena detentiva sostituita con il lavoro di pubblica utilità e le sentenze di condanna alla sola pena pecuniaria, anche se risulta dalla sostituzione della detenzione, con alcune eccezioni (particolare afflittività della pena e se si impugna anche la condanna al risarcimento del danno).

Più in generale, si propone di rivedere la funzione dell’appello, strutturandolo come una «impugnazione a critica vincolata», per cui dovranno essere individuati i motivi per cui potrà essere proposto, a pena di inammissibilità. Sono norme introdotte, dal punto di vista della commissione, per allineare il sistema delle impugnazioni al modello accusatorio del processo penale introdotto dal 1988.

Un tentativo «giusto – secondo il presidente della Corte d’appello di Roma, Giuseppe Meliadò – di razionalizzare, semplificare e specializzare l’appello, trasformandolo in un giudizio sempre più “cassatorio”, cioè nella direzione del giudizio di Cassazione: non si riesaminerà tutto il processo ma solo i motivi oggetto di censura».

Contro l’appello a critica vincolata si schierano invece gli avvocati: «Dietro i discorsi sull’efficientismo si nasconde lo stravolgimento dell’appello – attacca il Presidente dell’Unione delle Camere penali, Giandomenico Caiazza – . Lo si vuole trasformare in un giudizio solo sugli atti, mentre è importante che resti un secondo grado sui fatti. Per allargare il collo di bottiglia dell’appello bisogna soprattutto aumentare il numero dei magistrati e dei cancellieri».

Le altre misure

Per togliere pressione all’appello «occorre individuare un modo condiviso di gestione, coinvolgendo gli uffici giudicanti e requirenti e tutta l’avvocatura – osserva il presidente della Corte di Bologna, Oliviero Drignani -. Siamo al lavoro per stabilire i criteri di priorità per i processi, ad esempio privilegiando quelli che hanno più chance di essere definiti, evitando la prescrizione». Si tratta di una strada percorsa anche da altri uffici giudiziari e che trova spazio tra le proposte della commissione ministeriale, per cui gli uffici giudiziari dovranno predisporre i «criteri di priorità» ma nell’ambito di criteri generali definiti dal Parlamento anche sulla base di una relazione presentata dal Csm.

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