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Ue, meno cause e più veloci

La Corte di giustizia europea supera l’esame del 2020, vero e proprio annus horribilis fra la pandemia Covid-19 che ha bloccato le udienze e la Brexit che l’ha costretta a cambiare l’organizzazione interna. È di 15,4 mesi la durata media dei procedimenti nelle cause definite dinanzi ai due organi giurisdizionali, la Corte e il Tribunale: si tratta del livello più basso mai raggiunto. È quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato dall’istituzione di Lussemburgo.

E dire che fra il 16 marzo e il 25 maggio dell’anno scorso non sono stati celebrati processi mentre dopo sono ripresi nel più rigoroso rispetto delle restrizioni sanitarie. Le misure di confinamento adottate nei Paesi Ue hanno comunque avuto un impatto sulla vita sociale ed economica e dunque sul lavoro dei giudici nazionali. Insomma, si riduce rispetto al passato il numero delle cause introdotte davanti ai due organi giurisdizionali europei: ammonta a 1.582 ed è inferiore alla cifra record dell’anno precedente (1.905). Ma è di un ordine di grandezza prossimo alle cifre del 2018 (1.683) e del 2017 (1.656). Trend analogo per le cause definite: il numero ammonta a 1.540, che è inferiore a quello del 2019 e al record del 2018, ma rappresenta un livello di attività equivalente a quello avuto nel 2017 e persino superiore a quello del 2016. Pesano, insomma, gli oltre due mesi di stop causa Coronavirus.about:blank

Come sempre ci sono lavoro, fisco, aiuti di Stato e privacy in cima all’agenda delle toghe Ue. Ma anche diritti della persona. Nasce proprio da una controversia italiana una delle cause indicate dalla stessa Corte fra le pronunce più importanti pubblicate l’anno scorso, la C-507/18: le dichiarazioni omofobe costituiscono una discriminazione in materia di occupazione e di lavoro se pronunciate da chi esercita un’influenza determinante sulla politica di assunzioni di un datore di lavoro (o può essere percepito come capace di esercitarla).

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