Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Ue: “Italia vulnerabile debito troppo alto” Padoan: “Conti ok”

ROMA. Il debito pubblico italiano continua a crescere e nel medio periodo (cioè dal 2017 al 2026) costituirà un fattore di «alto rischio» per l’economia nazionale. A riaprire la questione del debito, arrivato al 133 per cento del Pil con un incremento dello 0,7 per cento nell’ultimo anno, sono stati ieri gli economisti della Commissione europea nell’annuale rapporto sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Un rapporto che il ministero dell’Economia, e dunque il governo italiano, non considera affatto un nuovo capitolo dello scontro con Bruxelles sui vincoli e l’interpretazione delle regole comunitarie. Anzi. «Questo Rapporto — spiegavano dallo staff del ministro Pier Carlo Padoan — conferma, ancora una volta, che la sostenibilità delle finanze pubbliche italiane è nel lungo periodo la migliore di tutta Europa. E nel 2016, per la prima volta dopo otto anni, il debito è destinato a calare». Ed effettivamente nelle tabelle tecniche allegate allo studio il debito italiano è tra i più sostenibili nel lungo periodo, cioè dopo il 2026. Un risultato che si deve — e il report della Commissione lo ricorda — alla contestata riforma Fornero del sistema pensionistico varata del 2011. Il drastico innalzamento dell’età pensionabile, ma anche l’incremento periodico dell’età il rapporto alle aspettative di vita introdotto dal governo Berlusconi, hanno messo sotto controllo la dinamica della spesa previdenziale. Ottanta miliardi di euro di risparmi tra il 2012 e il 2018, ossigeno per le casse pubbliche.
Ma l’effetto positivo della riforma delle pensioni, sottolineata dagli economisti della Commissione, potrebbe avere un’altra conseguenza nell’immediato: allontanare ancora una volta l’introduzione di criteri di flessibilità nei pensionamenti con penalizzazioni sull’assegno per chi abbandona prima dell’età pensionabile. Lo scorso anno il governo Renzi accantonò la questione per evitare – disse – di commettere pasticci. In realtà il vero ostacolo alla flessibilità in questo campo è rappresentato proprio dalla Commissione di Bruxelles che dovrebbe essere convinta della bontà di un meccanismo che nel breve periodo determina un aumento della spesa che si compensa solo nel lungo periodo con il pagamento di assegni pensionistici più bassi. Si vedrà se con la prossima legge di Stabilità l’esecutivo vorrà riaprire questa partita.
Il problema è quindi il debito che nel medio periodo rende il Paese «vulnerabile», ne limita la capacità di reazione di fronte agli shock economici e lo espone «a possibili aumenti dei rendimenti dei titoli sovrani». È la nostra debolezza che ci trasciniamo ormai dagli anni Ottanta. Quello del debito pubblico è una zavorra per l’economia. Ogni anno vengono sottratti agli investimenti per lo sviluppo circa 80 miliardi destinati invece al pagamento degli interessi sul debito. Così il nostro avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi) che era al 4 per cento nel 2013 scenderà al 2,5 per cento nel 2017. Troppo poco per la Commissione che suggerisce di tornare a soglie più alte, del 3,8 per cento annuale tra il 2017 e il 2026 per far scendere il debito a circa il 110 per cento del Pil nel 2026 appunto. Obiettivi per i quali, però, sarebbe necessario, a meno di drastici tagli della spesa pubblica, un tasso di crescita del Pil ben superiore a quello previsto. È sempre il debito che nei fatti non ci consente di intervenire in maniera radicale sulle sofferenze bancarie (circa 200 miliardi). Così scrivono gli economisti di Bruxelles: «La quota di crediti in sofferenza nel settore bancario potrebbe rappresentare una fonte importante di rischio di passività potenziali a breve termine».
Il rapporto non fa alcun accenno all’ultima legge di Stabilità. Il giudizio arriverà in primavera. Il governo italiano è certo che sarà una promozione. Ma dopo, i margini di flessibilità saranno sostanzialmente azzerati. E la Commissione non ha dubbi: bisognerà riprendere le vecchie rigide politiche di consolidamento del bilancio con un taglio minimo di deficit strutturale di almeno lo 0,5 per cento del Pil ogni anno. Lacrime e sangue. Non la strategia del governo Renzi.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«Non sapevo che Caltagirone stesse comprando azioni Mediobanca. Ci conosciamo e stimiamo da tanto t...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Primo scatto in avanti del Recovery Plan italiano da 209 miliardi. Il gruppo di lavoro "incardinato"...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La Cina ha superato per la prima volta gli investimenti in ricerca degli Stati Uniti. Pechino è vic...

Oggi sulla stampa