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Ue, doccia fredda su Renzi “L’Italia rispetti le regole ha già avuto flessibilità”

La prima reazione Ue è un no comment piuttosto gelido. Matteo Renzi, obietta il portavoce di Jean-Claude Juncker, non fa parte della cerchia di persone alle quali il presidente della Commissione Ue riserva i suoi commenti. E dunque nessuna replica alla proposta lanciata dall’ex premier di tenere il deficit al 2,9% per cinque anni, violando il Fiscal compact.
Altri leader Ue invece affrontano il tema nel merito: «Non possiamo dire unilateralmente che le regole sui bilanci non sono per me nei prossimi anni. – obietta il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem – nell’Unione Monetaria ci siamo insieme e bisogna attenersi alle cose che abbiamo concordato». Critico anche il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici: «Ci serve un’Italia al centro della zona euro, che rispetta le regole che sono intelligenti e che sono applicate in maniera intelligente e flessibile nel suo caso».
Dalle parole del commissario trapela il rischio che se l’Italia dovesse tirare troppo la corda potrebbe persino perdere lo “sconto” ottenuto per il 2018. Tutto questo mentre il governo italiano cerca di associarsi all’asse franco-tedesco: ieri, al termine dell’Eurogruppo, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha ospitato una cena a tre con il collega tedesco Wolfgang Schaeuble e quello francese Bruno Le Maire. Un appuntamento a cui Padoan teneva molto, previsto a Roma per metà luglio e ora anticipato per motivi organizzativi.
Sulla sua ultima battaglia, comunque, Renzi non si fa smontare: «Nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan». A Dijsselbloem, accusato di «pregiudizio» anti-italiano, manda a dire che «qualche mese fa disse che gli italiani spendevano i soldi della flessibilità in donne e alcol. Gli spiegai che intanto noi le donne non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Ma Dijsselbloem la proposta non l’ha letta: dobbiamo ridurre il debito pubblico ma di fiscal compact e austerity l’Europa muore». A microfoni spenti il segretario Pd interpreta anche le diverse reazioni: «Dijsselbloem fa il duro perché se ne sta andando. Moscovici è più morbido perché deve avere i nostri voti nel Pse».
E la Germania? A Berlino preferirebbero non commentare, per galateo istituzionale: un governo non entra nel merito dei programmi elettorali di un partito di un altro Paese. Ma il problema è che nel panorama politico italiano i tedeschi non riescono a vedere molti altri interlocutori al di là del Partito democratico. Dunque, sempre a microfoni spenti, qualche perplessità emerge. Sul battagliero annuncio di una modifica del Fiscal compact, a Berlino si attendono dettagli meno vaghi e più comprensibili di quelli emersi finora dalle parole di Matteo Renzi, ma anche sulle privatizzazioni e sulle operazioni sul patrimonio via Cassa depositi e prestiti o sulla riduzione del debito. In generale,però, in Germania l’equazione di un taglio delle tasse in deficit per spingere la crescita e ridurre il debito, non ha mai convinto nessuno. Troppo aleatoria.
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