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Ue divisa sugli aiuti di Stato La Germania spaventa il Sud

BRUXELLES — È in corso un’altra partita europea di importanza pari a quella sui Coronabond: la deroga al divieto di aiuti di Stato. Si gioca a fari spenti e i contendenti sono sempre gli stessi. Da un lato Francia, Italia e Spagna. Dall’altro Germania e Austria. Il timore dell’Europa mediterranea è che i partner settentrionali, con debiti sovrani più bassi e quindi con maggiore capacità di spesa pubblica, approfittino della sospensione delle regole sulle ricapitalizzazioni statali per rifare il look alla loro industria. Sfruttando la crisi pandemica con effetti distorsivi permanenti del mercato interno e allargando la forbice di competitiva tra i due blocchi dell’Unione.
A inizio pandemia la Commissione Ue ha sospeso il Patto di stabilità e le norme sugli aiuti di Stato per permettere ai governi di reagire al lockdown evitando fallimenti di imprese a catena. Decisione salutata da tutte le capitali, ma che ha fatto emergere un problema di equità: i Paesi con i granai pieni potranno pompare nell’economia più denaro di quelli indebitati.
In parallelo si è aperto un dibattito sugli aiuti di Stato: come e con quanti soldi si possono salvare le imprese messe in crisi dal virus? Bruxelles propone di sfuggire all’obbligo di notifica dell’intervento fino a 100 milioni per azienda. Ricapitalizzazioni più corpose dovranno ricevere il via libera del vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager, chiamata ad accertare che i fondi pubblici siano usati solo per tamponare i danni del virus, evitando che i governi sfruttino la deroga sugli aiuti per salvare aziende già decotte prima della crisi.
La Germania informalmente ha chiesto di alzare la soglia di 100 milioni alla iperbolica cifra di 5 miliardi. Quindi con una proposta formale è scesa a 3 miliardi. L’Austria il 21 aprile – a due giorni dal decisivo summit Ue sul Recovery Bond – ha scritto a Vestager facendo capire che avrebbe accordato solidarietà sui debiti sovrani se fosse stato levato qualsiasi tetto agli aiuti di Stato. Da qui l’allarme del Club Med, spaventato da una riedizione del 2008-2009 quando la Germania e gli altri del Nord salvarono le loro banche e poi fecero passare il bail-in in Europa, impedendo agli altri di fare altrettanto e guadagnando un vantaggio competitivo permanente. Il rischio è concreto: sui 1.800 miliardi di aiuti pubblici approvati da Bruxelles da inizio pandemia, il 55% è in favore della Germania, il 20% della Francia e il 10% dell’Italia. Con questo gap di disponibilità di denaro pubblico, il timore è che senza controlli Ue i tedeschi rimettano a nuovo la propria industria e un domani, quando torneranno in vigore le norme sugli aiuti di Stato, gli altri rimangano indietro.
La Commissione ha riconosciuto il rischio denunciato da Italia, Francia e Spagna e ha sposato la linea per la quale «il controllo sugli aiuti di Stato resta necessario per preservare il mercato interno e la coesione nella Ue». La decisione finale di Bruxelles è attesa a giorni. Alla fine dovrebbe prevedere un tetto di 250 milioni sopra i quali dovrà scattare la notifica. Come chiesto da Roma e Parigi. Inoltre per permettere a tutti di salvare le aziende si pensa a un sistema misto Bei-bilancio Ue fondato sulla condivisione dei costi. Ovviamente sgradito ai nordici.
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