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Ue-Canada, accordo a ostacoli

È una corsa ad ostacoli l’iter che dovrebbe portare il 27 ottobre alla firma e all’entrata in vigore provvisoria del controverso accordo commerciale di libero scambio con il Canada. I prossimi giorni saranno dedicati a risolvere alcuni nodi. Mentre la Bulgaria e la Romania chiedono in cambio del loro benestare la liberalizzazione dei visti per i loro cittadini in viaggio nel Paese nord-americano, in Belgio la Vallonia minaccia di non dare al governo federale il sostegno per la firma.
Alla fine di settembre, i ministri responsabili del commercio hanno deciso di puntare su una entrata in vigore provvisoria del trattato. Per rassicurare i paesi più riottosi, alle prese con pubbliche opinioni preoccupate dalle conseguenze del libero commercio sulle economie nazionali, i Ventotto si sono messi d’accordo per associare al testo del trattato una dichiarazione concordata anche con il Canada, che ha come obiettivo di chiarire «senza ambiguità» l’oggetto dell’intesa.
«La dichiarazione ci sarà – spiega un diplomatico qui a Bruxelles –. La stiamo ultimando». Secondo un canovaccio del testo, i Ventotto e il Canada si impegnano a far sì che l’accordo «non imponga ad alcun governo di privatizzare un servizio pubblico». Si assicura inoltre che l’intesa preserva «la capacità dell’Unione europea, dei suoi stati membri e dello stesso Canada di adottare e applicare le proprie leggi e i propri regolamenti per regolare l’attività economica nell’interesse pubblico».
Perché l’entrata in vigore possa avvenire in via provvisoria, in attesa delle singole ratifiche nazionali, è necessario oltre al benestare politico dei 28 governi dell’Unione anche il voto favorevole del Parlamento europeo (si veda Il Sole 24 Ore del 24 settembre). Dietro ai dubbi di molte forze politiche sull’intesa con il Canada (nota con l’acronimo inglese Ceta) si nascondono le preoccupazioni relative al Ttip, l’intesa commerciale attualmente negoziata con gli Stati Uniti.
Al di là del negoziato sulla dichiarazione, sono emersi vecchi e nuovi ostacoli. Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, la Bulgaria e la Romania stanno condizionando il loro benestare a garanzie sulla liberalizzazione dei visti per i loro loro cittadini. Attualmente, bulgari e romeni, a differenza degli altri cittadini dell’Unione, hanno bisogno del visto per viaggiare in Canada. Sofia e Bucarest vogliono assicurazioni su una piena reciprocità.
Neppure la Polonia e l’Ungheria hanno sciolto le loro riserve: non piace loro tra le altre cose la corte internazionale chiamata a risolvere le controversie perché troppo sovranazionale. In Belgio, poi, ad opporsi al Ceta è la Vallonia. Il governo federale di centro-destra ha bisogno del benestare di tutte le regioni del Paese per poter dare il suo accordo. Il partito socialista dell’ex premier Elio Di Rupo, che governa la Vallonia, ha fatto del tema un suo cavallo di battaglia per recuperare popolarità.
A complicare le cose non è solo il confronto tra maggioranza e opposizione, ma anche la lotta intestina tra i socialisti Di Rupo e Paul Magnette, ministro-presidente della Vallonia. Il parlamento della Vallonia si riunirà in sessione plenaria straordinaria venerdì. Parlando al giornale Le Soir, André Antoine, presidente dell’assemblea, ha detto che il benestare dei suoi deputati dipende da due condizioni: l’abbandono delle trattative sul Ttip e una dichiarazione che sia impegnativa quanto l’accordo stesso.
«Se al Ceta non verrà dato il benestare dei Ventotto, a rischio è la politica commerciale dell’Unione», commenta un negoziatore nazionale. Bene o male, i trattati commerciali sono un modo di guidare il processo di globalizzazione. Senza accordi, paradossalmente, la globalizzazione sarebbe più difficile da governare. Diplomatici qui a Bruxelles sperano ancora che entro il 27 ottobre i Ventotto trovino un accordo per firmare un trattato che permetterà di eliminare il 98% dei dazi nel commercio euro-canadese.

Beda Romano

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