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Ue agguerrita contro l’evasione. A partire dai paradisi fiscali

L’Unione europea scende in campo contro l’evasione e l’elusione. E mette all’angolo la pianificazione spregiudicata e i paradisi fiscali. Dallo stop agli accordi bilaterali con i paesi non collaborativi alla regola generale contro l’abuso del diritto, passando per le blacklist nazionali fino all’applicazione di un vero e proprio codice di condotta ai regimi fiscali speciali previsti per i soggetti privati facoltosi. Il piano d’azione presentato dalla Commissione Ue nei giorni scorsi è ambizioso: il progetto consta di una trentina di interventi, da attuare nell’arco del prossimo triennio (si veda ItaliaOggi del 7 dicembre 2012). Misure, quelle riportate nella tabella in pagina, che dovrebbero servire ad arginare un fenomeno che sottrae ogni anno agli stati membri un trilione di euro, vale a dire 1.000 miliardi, un fardello pesante quanto il pil della Turchia. Numeri definiti «scandalosi» dal commissario europeo per la fiscalità, il lituano Algirdas Semeta, che ha lanciato a chiare lettere un messaggio: qualsiasi sforzo dei singoli paesi, per quanto encomiabile ed efficace, non sarà mai sufficiente in assenza di una cabina di regia che indirizzi e supervisioni l’operato di tutti. L’unione fa la forza, quindi, anche in ambito fiscale.

«La volontà politica di condurre con maggiore energia questa battaglia esiste ed è giunta l’ora di passare all’azione», ha detto il commissario, «dalla nostra parte abbiamo un notevole vantaggio: la forza del numero. Una posizione forte e coesa dell’Ue nei confronti degli evasori fiscali, e di coloro che li agevolano, è quindi fondamentale». Gli interventi da attuare ora e in futuro sono molteplici ed esplorano quasi tutte le branche del sistema tributario. Nell’immediato, gli interventi ritenuti più urgenti sono due, esplicitati attraverso altrettante raccomandazioni che Bruxelles trasmetterà al più presto al parlamento europeo e al consiglio dei ministri dell’economia dei paesi membri (Ecofin). Con la prima raccomandazione, che va ad allinearsi alle deliberazioni già assunte dall’Ocse e dal G20, l’Ue dichiara guerra ai paradisi fiscali. È decisa, infatti, la presa di posizione dell’Ue contro i cosiddetti «tax havens», cioè quegli stati, paesi o territori che garantiscono livelli di tassazione di gran lunga inferiore alle medie europee o addirittura assenti. Realtà in molti casi di ridottissime dimensioni geografiche e demografiche, che non necessitano di un rilevante gettito per alimentare la spesa pubblica e per i quali i proventi delle attività legate alla registrazione delle società e all’intermediazione finanziaria costituiscono una parte significativa delle entrate. Isole, protettorati, piccoli stati e residuati vari di antichi imperi coloniali, capaci di custodire in totale, secondo le stime, un patrimonio variabile tra i 21 mila e i 32 mila miliardi di dollari. A fronte di un problema così abnorme, Bruxelles individua due modalità d’azione. Semplificando, l’intenzione è quella di agire prima con le buone maniere e poi, solamente dopo il rifiuto della controparte a prestare collaborazione, con le «cattive». Gli stati membri vengono esortati a individuare i paradisi fiscali e a inserirli in apposite liste nere nazionali. Per non esservi inclusi, gli stati extracomunitari dovranno porre in essere una «good governance» in materia fiscale, cioè conformarsi agli standard normativi e amministrativi previsti in sede Ocse, specialmente per quanto riguarda la trasparenza e lo scambio di informazioni. Inoltre, tali nazioni non devono offrire vantaggi incompatibili con gli ordinamenti europei sul reddito d’impresa. Qualora il paradiso fiscale non accetti di adeguarsi a questi standard, precisa la raccomandazione, dovrebbe scattare la «fase 2». Per convincere i paesi terzi ad applicare le norme di governance dell’Unione viene consigliata la sospensione o la risoluzione delle convenzioni contro le doppie imposizioni, laddove stipulate. Con l’intento, quindi, di arrecare un danno indiretto a questi territori, dal momento che, in assenza della convenzione, l’impresa europea che vuole investire nel tax haven andrebbe incontro a maggiori rischi fiscali. Se invece la controparte accetta di collaborare, il paese Ue dovrà mettere a disposizione i propri esperti tributari per gestire la transizione dalla fiscalità privilegiata alla disclosure. Sarà onere degli stati membri comunicare alla Commissione le iniziative assunte per adempiere alla raccomandazione. A tre anni dall’entrata in vigore Bruxelles pubblicherà poi un report riepilogativo per valutare i risultati raggiunti.

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