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Udienze, arriva un altro rinvio Rischio ingorgo per la ripresa

Rischio accumulo per i procedimenti giudiziari. L’ampia sospensione dell’attività dei tribunali determinata dall’emergenza Covid-19 potrebbe provocare un ingolfamento di fascicoli alla ripresa. Intanto che lo stop previsto dal Dl cura Italia fino al 15 aprile sta per essere prorogato al 4 maggio dal Cdm atteso per oggi (e salvo ulteriori decisioni) si comincia pensare alla fase 2, per ora fino al 30 giugno, in cui i capi degli uffici dovranno evitare l’affollamento con misure che vanno dalla limitazione degli orari di apertura al rinvio delle udienze. Uno stop che può mettere in crisi il sistema giustizia e bloccare l’andamento, magari lento ma comunque positivo, di riduzione dell’arretrato e dei tempi dei processi, riscontrato negli ultimi anni.

Gli effetti dello stop

La sospensione ha ridotto al minimo l’attività degli uffici. Nel settore civile si tengono le udienze urgenti che riguardano i minorenni e i rapporti familiari e, nel penale, le convalide di arresto e di fermo, oltre alle udienze nei procedimenti a carico di detenuti se loro o i difensori chiedono di andare avanti. I magistrati stanno poi cercando di chiudere i procedimenti arrivati alle battute finali, tenendo le camere di consiglio in videoconferenza (come al Tribunale delle imprese di Milano) o sostituendo le udienze per la precisazione delle conclusioni dei difensori con il deposito telematico di note scritte (come alla Corte d’appello di Roma).

Né si tornerà presto alla normalità. Non solo per la proroga della sospensione, ma anche perché i capi degli uffici giudiziari, consapevoli che l’affollamento dei palazzi di giustizia non è compatibile con le distanze da rispettare per contenere il contagio, stanno lavorando a provvedimenti che limitano l’accesso alle aule.

L’effetto, inevitabile, sarà una riduzione degli affari trattati, perché molte attività non possono essere svolte senza la presenza delle parti e degli operatori della giustizia.

Le criticità

La crisi ha spinto il ricorso alla telematica. Il ministero della Giustizia ha dettato le regole per i collegamenti da remoto (decreto del 20 marzo), Consiglio superiore della magistrature e Consiglio nazionale forense hanno siglato protocolli per disciplinare le udienze online. Ma non mancano difficoltà e nodi da sciogliere. A cominciare dall’impossibilità di assumere in videoconferenza testimonianze o dichiarazioni di consulenti e periti. Una questione di primaria importanza che investe il sistema di formazione della prova e, nel penale, il diritto al contraddittorio e l’oralità del processo.

Anche se non toccano questioni di principio, ci sono poi i problemi amministrativi. Il principale consiste nell’impossibilità per il personale delle cancellerie che lavora in smart working di accedere ai registri civili e penali e di depositare gli atti. Molti tribunali hanno chiesto al ministero della Giustizia di sbloccare questo impasse che rischia di diventare un collo di bottiglia anche per i procedimenti oggi trattati in forma scritta e gestiti da remoto da magistrati e avvocati.

La chance della mediazione

Per chiudere le liti civili e commerciali nonostante la giustizia ferma resta aperta la strada della mediazione e della negoziazione assistita, che si possono continuare a fare, online o anche di persona, rispettando le distanze. Per favorire l’utilizzo di questi strumenti, il tavolo per le procedure stragiudiziali voluto dal ministero della Giustizia e coordinato da Paola Lucarelli, docente all’Università di Firenze, ha elaborate un pacchetto di proposte per ampliare il ricorso alla mediazione: da un lato per renderla obbligatoria prima di andare in giudizio nei casi di inadempimento contrattuale causato dall’emergenza sanitaria, dall’altro per spingere la mediazione demandata dal giudice, con incentivi economici per le parti.

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