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Ubi vara l’aumento nuovi capitali per un miliardo

di Maximilian Cellino

«Preferiamo giocare d'attacco piuttosto che in difesa». La battuta di Victor Massiah, amministratore delegato di Ubi Banca racchiude il significato dell'aumento di capitale di un miliardo di euro annunciato ieri dalla banca che dirige. Una mossa a sorpresa per gli analisti e per il mercato, che ieri una decisione simile in Italia se l'attendeva sì, ma da parte di altri istituti di credito. Invece Ubi ha deciso di prendere tutti in contropiede, un po' come aveva fatto (ovviamente più in grande) Deutsche Bank sei mesi fa con le concorrenti europee.

«Questa – ha aggiunto Massiah – è un'operazione che dimostra forza e non debolezza, perché il livello dei nostri ratio patrimoniali sarebbe tale da non metterci di fronte alla necessità di ricapitalizzare. Non ce l'ha chiesta la Banca d'Italia, né sarà effettuata in vista dei prossimi stress test». A fine 2010 Ubi Banca poteva in effetti contare su un Core Tier 1 del 6,95%, un Tier I del 7,47% e un Total capital ratio dell'11,17% che. Questi, per effetto dell'aumento di capitale curato (e garantito) da Mediobanca, saranno destinati a crescere di ulteriori 106 punti base, senza contare il beneficio derivante dal prestito convertibile (circa 70 punti base) e quelli conseguenti all'eventuale adozione del metodo Advanced per il calcolo dei requisiti patrimoniali a fronte dei rischi creditizi e operativi.

Perché dunque battere cassa? Massiah ha provato a spiegarlo per oltre un'ora agli analisti durante la conference call. «Abbiamo una visione polarizzata nel mercato italiano: da un lato avremo un gruppo di banche solide e ben capitalizzate con buone possibilità di raccolta, con l'opportunità di crescere per via interna e quindi di seguire l'andamento dell'economia reale. Dall'altro lato avremo invece istituti meno solidi con maggiori difficoltà di finanziamento e in difficoltà nel seguire la ripresa. Noi vogliamo essere fra le prime», ha sottolineato l'ad, ribadendo più volte che la ricapitalizzazione «non è destinata a finanziare operazioni di fusione e acquisizione». L'iniezione, semmai, serve a evitare di emettere a breve termine quei nuovi strumenti di capitale ibrido che tanto piacciono ai regulator, ma che hanno costi superiori al 10%. E il riferimento va chiaramente ai CoCo bond collocati di recente da Credit Suisse.

Spetterà adesso alla prossima Assemblea convocata in via straordinaria il 29 aprile (30 aprile in seconda) ratificare la richiesta che il Consiglio di Gestione e il Consiglio di Sorveglianza di Ubi hanno avanzato ieri. Negli auspici della banca (assistita sotto l'aspetto legale dallo Studio Chiomenti, mentre Clifford Chance ha accompagnato Mediobanca) l'operazione dovrebbe concludersi entro l'estate, ma sarà preceduta a maggio dalla presentazione del piano industriale. «Vogliamo mettere i nostri azionisti nelle condizioni di esercitare le opzioni nella migliore condizione possibile», ha aggiunto Massiah, che agli analisti ha pure ribadito che la partecipazione dell'1,2% in Intesa Sanpaolo «non è intoccabile».

L'annuncio a sorpresa ha mandato in secondo piano la diffusione dei dati del bilancio 2010, un anno che Ubi ha chiuso con utili in calo a 172,1 milioni di euro (270,1 milioni nel 2009), una flessione del margine d'interesse (-10,7% a 2.142,5 milioni), ma anche con un incremento dei proventi operativi nel quarto trimestre dell'anno (+5,5% rispetto ai tre mesi precedenti) e un miglioramento del costo del credito nell'esercizio (69 punti base rispetto agli 88 dell'anno precedente). Alla prossima assemblea sarà proposta la distribuzione di un dividendo di 15 centesimi per azione, dimezzato rispetto all'esercizio 2009.

 

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