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Ubi, sospetti sulle deleghe in assemblea la Procura indaga Bazoli e Zanetti

La carica sembra averla suonata il premier Matteo Renzi, poco meno di una settimana fa dal salotto di Porta a Porta, difendendo la proposta di legge per cancellare il voto capitario e tuonando contro le banche popolari. «Ci sono dieci banche, quelle più grandi, che hanno snaturato il concetto di banca popolare di una volta fondate sul solidarismo cattolico». Ora è necessario cambiare: «Bisogna toglierle di mano ai signorotti locali. Ai soliti noti». E, secondo Renzi, è necessario anche punire chi ha sfruttato la sorpresa del decreto per speculare in Borsa sulle popolari: «La Consob indaghi e chi ha fatto il furbo paghi». Ieri, mentre il presidente dell’Autorità che vigila sul mercato faceva sapere ai colleghi di Renzi della commissione Finanze di possibili casi di insider trading per complessivi 10 milioni di euro, la procura di Bergamo con il supporto del Nucleo valutario della Guardia di finanza metteva in atto le parole del premier contro i signori delle popolari, che nel caso di Ubi sono niente meno che il professor Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (tra l’altro dichiaratosi apertamente favorevole al progetto di Renzi) e il patron dell’ala bergamasca della banca, Emilio Zanetti, entrambi indagati.

Secondo la tesi dell’accusa, «fin dalla fusione del primo aprile 2007, la banca si è fondata su un intreccio di disposizioni dirette a salvaguardare le derivazioni originarie ed in particolare l’associazione Banca lombarda e piemontese di Brescia (facente capo a Bazoli) e l’associazione “Amici di Ubi Banca” di Bergamo (facente riferimento a Zanetti), il cui potere si esplica nelle modalità di determinazione delle componenti societarie attraverso il controllo dell’assemblea dei soci». L’ultima occasione in cui si è manifestata tale convergenza di interessi risale al 20 aprile 2013, quando Andrea Moltrasio e la sua lista proposta dall’uscente consiglio con l’appoggio di Bazoli (che peraltro ieri si è dichiarato totalmente “estraneo” ai fatti oggetto d’indagine) e Zanetti, ha incassato la vittoria con 7.318 voti, oltre il 53% su 13.685 schede totali.
Ai numeri, però, non hanno creduto né il pm né la Guardia di finanza che, attraverso un centinaio di interrogatori, hanno potuto appurare la falsità di alcuni voti raccolti con le deleghe. La procura ha scoperto una vera e propria organizzazione dedita alla raccolta delle deleghe, fino alla falsificazione delle firme dei soci/ clienti. La filiera si dipanava dai direttori generali ai direttori territoriali che a loro volta davano le istruzioni ai direttori di filiale. Qui avveniva il lavoro certosino: nel migliore dei casi consisteva nel chiedere le deleghe in bianco ai soci, molte volte anziani ignari dei meccanismi di voto, nel peggiore, invece, si arrivava all’utilizzo della firma del correntista con un semplice copia e incolla di quella depositata in filiale. Alla fabbrica delle deleghe avrebbero collaborato anche la Compagnia delle opere e il Consorzio fidi degli artigiani di Bergamo (Confiab). Degli oltre 7mila voti che hanno permesso a Moltrasio di vincere, ben 4.991, pari al 60%, sono stati espressi attraverso la delega. E solo 2.849 sono arrivati dai soci presenti in assemblea.
Moltrasio è finito anche nell’inchiesta per insider trading della Consob perché il 16 gennaio, quando Renzi ha annunciato la riforma delle popolari, ha acquistato 8mila azioni Ubi per circa 44mila euro di controvalore. Il nome di maggior spicco sotto l’occhio della vigilanza resta comunque quello di Davide Serra, il finanziere vicino a Renzi e da tempo attivo sul Banco Popolare e sulla stessa Ubi. Nelle carte della Consob, figurano tre grandi plusvalenze proprio sul Banco: una da 3,5 milioni di euro, una da 1 milione e una da 350mila euro. E presto Serra potrebbe essere sentito dalla Commissione di vigilanza.
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