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Ubi sorprende Piazza Affari (+5%) con ricavi e profitti in crescita

In un contesto di mercato per nulla favorevole, Ubi Banca riesce nella (non facile) missione di tenere la barra dritta sul fronte dei ricavi da margine di interesse. E così chiude un primo trimestre 2019 con un utile in crescita: al netto delle componenti non ricorrenti, il risultato netto è pari a 124,9 milioni, contro i 121 del primo trimestre 2018 e i 41,8 del quarto trimestre 2018.

Un risultato per nulla scontato, va detto. Che infatti è stato apprezzato dal mercato, che ha premiato il titolo con un balzo del 4,84 per cento. Gli investitori non hanno concentrato tanto le attenzioni sull’utile netto (fermatosi a 82,2 milioni, in calo del 30,1% rispetto allo stesso periodo del 2018 a causa della contabilizzazione di 42,6 milioni netti relativi all’accordo sindacale siglato nel mese di marzo). Ma hanno preferito guardare al trend commerciale della banca. L’istituto nei primi tre mesi è riuscito a mantenere gli spread sugli impieghi, secondo una politica avviata nel secondo semestre 2018. In sostanza, l’istituto guidato da Victor Massiah ha fatto sì che il mark up sulle nuove erogazioni di crediti (soprattutto a medio/lungo termine) superasse quello degli impieghi in scadenza. Se a questo si abbina un costo del funding rimasto sostanzialmente fermo (63 punti base), si capisce come il margine da interesse abbia fatto segnare una crescita: +1,8% rispetto al primo trimestre 2018, a 445,6 milioni. L’altra dinamica positiva, per gli investitori, è quella relativa alle commissioni, che si mantengono solide. Le fees nette si sono attestate a 401 milioni, in lieve discesa rispetto ai 407 dello stesso periodo 2018 ma al di sopra dei 391 del quarto trimestre 2018.

A rimanere sotto controllo sono i costi. Gli oneri operativi scendono a 605 milioni, e calano così del 2,9% rispetto ai 623,1 milioni del primo trimestre 2018. Questo nonostante la banca abbia aumentato il suo apporto al Fondo Unico di Risoluzione, da 34 a 42 milioni.

Bene il trend sui crediti deteriorati lordi, che scendono ulteriormente a 9,45 miliardi, in calo di 258 milioni rispetto al 31 dicembre 2018. Sotto il profilo patrimoniale, Ubi ha chiuso il primo trimestre con un Cet1 all’11,47%, e la prospettiva è di crescere. «Questo lo posso già dire perché non c’è nemmeno da rifletterci: nel nuovo piano il coefficiente Cet1 dovrà superare il 12%», ha detto Massiah. «Allo stesso tempo – ha aggiunto – se mi chiedete se ho problemi col nostro attuale livello di Cet1 vi rispondo “assolutamente no”».

Si vedrà in quale misura i trend sul fronte del margine di interesse e delle commissioni saranno mantenuto nei prossimi trimestri. Massiah, parlando con gli analisti, si è mostrato fiducioso. All’orizzonte c’è il varo di un piano industriale che non potrà tuttavia non tenere conto del contesto di tassi sottozero. «È evidentemente uno scenario che penalizza la componente ricavi della banca, ma ciò nonostante il piano cercherà, proprio sotto stress per certi aspetti, di andare a identificare nuove forme di ricavi che ci permetteranno comunque di crescere», ha commentato Massiah, ricordando comunque come pur in «un contesto di tassi negativi, siamo comunque riusciti a far crescere i ricavi». Il cda di Ubi Banca sta lavorando al nuovo piano industriale nell’ambito di «uno scenario economico estremamente conservativo» con tassi «negativi per tutto il 2019» e «che comunque in arco di piano» non supereranno «lo zero». In questo quadro, da parte della banca non ci sarebbe alcuna volontà di varare operazioni straordinarie di cessione. «Emerge chiaro il valore di una strategia che ha scelto di non vendere i gioielli», ha detto Massiah citando ad esempio l’assicurazione Vita e le attività in Cina. «Nel nuovo piano trarremo le nostre conclusioni, ma sappiate che i gioielli hanno un valore».

Luca Davi

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