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Ubi promette utili per 1,2 miliardi al 2020

Un euro per tre banche. È una cifra simbolica quella che Ubi mette ufficialmente sul piatto per avere il 100% del capitale delle nuove Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti. Meno simbolico è il valore degli asset delle tre banche regionali che la banca guidata da Victor Massiah assorbirà nei prossimi mesi, una volta che la fusione andrà a regime: 14 miliardi di impieghi lordi, 18,5 miliardi di raccolta diretta, 900mila clienti. Numeri che permetteranno ad Ubi di aumentare del 20% le proprie dimensioni, facendo accrescere dell’1% (dall’attuale 5%) la quota di mercato della banca lombarda.
L’offerta vincolante, che è stata presentata ieri al mercato dopo essere stata approvata mercoledì sera dai Consigli di Ubi, è valida fino a mercoledì 18. Il giorno prima, martedì, si riunirà il direttorio di Banca d’Italia: ai vertici di via Nazionale, cui fa capo il Fondo di Risoluzione che oggi è azionista unico delle tre banche, toccherà dare l’ok alla cessione.
Si tratta di una formalità, visto che l’impianto dell’accordo è stato vidimato da Bankitalia a valle di una lunga trattativa che ha visto Bce vidimare l’operazione a fine novembre in maniera informale. L’operazione è piaciuta alla borsa, come dimostra il balzo del 9%. Ora ci saranno le autorizzazioni di rito. Francoforte ha in teoria 90 giorni di tempo dalla presentazione del deal, ma non è escluso che i tempi si riducano. A esprimersi sarà anche l’Antitrust (c’è una parziale sovrapposizione di sportelli tra la rete di Banca Marche e quella di Ubi) e la Commissione Ue.
Punto centrale dell’accordo, su cui Ubi ha battuto molto, è rappresentato dallo smaltimento di 2,2 miliardi di euro di crediti deteriorati che sono emersi nel corso degli ultimi 14 mesi, dopo quindi la costituzione delle good banks stesse: nel dettaglio si tratta di 1,7 miliardi di sofferenze, 500 milioni di inadempienze probabili. A comprare sarà il fondo Atlante, che a fine dicembre ha deliberato l’offerta a un prezzo che si aggirebbe attorno a un 30-35% del valore lordo, e che tra martedì e mercoledì mattina è stata approvata dai Consigli delle tre banche ponte, che hanno dato mandato ai rispettivi cda di procedere. Da parte loro, le tre banche – tramite il Fondo di Risoluzione, che è finanziato dal sistema bancario stesso – si dovranno fare carico di una ricapitalizzazione di 450 milioni. Il capitale servirà a portare il Cet1 ratio medio ponderato delle tre banche ponte almeno al 9,1% e a elevare il livello di copertura sulle inadempienze probabili (ad almeno il 28,28%) e sulle sofferenze (al 60%).
Per quanto il passaggio di mano avvenga a un euro, l’operazione non sarà a costo zero per Ubi. La banca guidata da Massiah dovrà procedere a un aumento di capitale da 400 milioni, che presumibilimente si terrà nel secondo trimestre ed è già garantito da Morgan Stanley e Credit Suisse, advisor dell’operazione assieme allo studio Pedersoli. Il nuovo capitale servirà a coprire a fronteggiare il fabbisogno temporaneo derivante dall’impatto della sterilizzazione ai fini patrimoniali dell’avviamente negativo (badwill), ovvero la differenza tra il prezzo di acquisto di 1 euro e il patrimonio netto positivo (circa 1 miliardo). Col tempo e con quella che la banca auspica essere la ripresa di valore dell’investimento, l’avviamento negativo dovrebbe iniziare a rilasciare progressivamente un effetto positivo sui conti . Questo, assieme alla «redditività prevista» delle banche ponte, all’utilizzo degli asset fiscali (600 milioni) e all’estensione dei modelli interni sui portafogli delle tre banche,permetterà al Cet1 fully loaded dal 2019 di rivelarsi «superiore ai target» del piano industriale di Ubi, «attestandosi al 2020 al 13,5% rispetto al 12,8% previsto». Per Ubi, la generazione di Cet1 sarà insomma «superiore all’aumento di capitale». Ecco perchè ieri Victor Massiah ha spiegato agli analisti che «l’aumento di capitale rimarrà in banca». Che poi questo capitale possa servire ad aumentare le coperture sui crediti o a generare valore agli azionisti, lo si vedrà nel tempo.
Ma è certo è che nel frattempo la banca punta a generare un impatto «positivo» sulla redditività ordinaria del gruppo e un ritorno del 25% sull’aumento di capitale stesso. Sia per effetto della riduzione del costo del credito, delle sinergie sui costi operativi e del minor costo del funding. La stima per il 2020 è che le banche ponte generino indicativamente oltre 100 milioni di euro in termini di risultato ordinario netto. L’utile netto, sempre al 2020, è previsto a 1,2 miliardi (da 0,9 miliardi). Mentre per il dividendo del 2017, l’obiettivo è «mantenere lo stesso livello dello scorso anno». Nel frattempo prosegue anche la verifica di Bper su Carife: ieri si è tenuto un Cda di aggiornamento, l’offerta vincolante è prevista per fine gennaio.

Luca Davi

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