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Ubi più snella per tentare la salita al Monte

Ubi mantiene le distanze. Dopo essere stata la prima banca popolare a trasformarsi in spa, in seguito al decreto Renzi, il gruppo guidato da Victor Massiah è anche il primo del plotone delle (ex) popolari a operare un consistente taglio degli organici dei propri organi di amministrazione.

L’assemblea di sabato scorso a Bergamo ha infatti ridotto il numero delle poltrone nel Consiglio di Sorveglianza da 23 a 15 e nel Consiglio di Gestione da 9 a 7. Nel complesso si è così passati da 32 amministratori a 22, una riduzione del 30 per cento delle poltrone. Da questa mattina, potete contarci, le cose in Ubi andranno esattamente come nel recente passato, a riprova che la strada del dimagrimento di pleonastici organi amministrativi va percorsa anche dalle altre banche italiane. Con un vantaggio non sottovalutabile, determinato dal fatto che il taglio di quelle dieci poltrone consentirà un risparmio triennale nell’ordine dei 2,6 milioni di euro di compensi.

RappresentativitàIl senso della rappresentatività che deve venire, secondo alcuni, espressa nei board viene nei fatti superata dall’efficienza, dalla competenza e dalla capacità di assumere rapidamente decisioni ad elevato valore strategico. Contano le capacità dei singoli amministratori, ben più del luogo di nascita e questo in Ubi è stato ben compreso sotto la guida di Massiah. Ora tocca agli altri.

In alcuni casi si è sprecato del tempo, in attesa di un salvagente che secondo alcuni sarebbe potuto arrivare dalle aule dei tribunali, a fronte dei molti ricorsi presentati contro gli effetti del decreto Renzi, ma adesso appare a tutti chiaro che c’è una legge dello stato e che questa va osservata. Un anno dopo, i diciotto mesi di tempo si sono ridotti di due terzi, per cui da qui a fine anno si assisterà a una corsa abbastanza forsennata per rispettare i tempi.

RafforzamentoDall’assise di sabato scorso, Ubi esce rafforzata. Il bilancio, conclusosi con un utile di 117 milioni di euro che consentirà il pagamento di un dividendo di 11 centesimi, in crescita del 30 per cento sul 2014, testimonia la capacità di produrre reddito. Le sfide però non mancano. La prima è nel ritorno del piano industriale. Dopo anni in cui si è necessariamente dovuto navigare a vista, il top management di Ubi sta ora riflettendo sui contenuti di un progetto che dovrà guidare la banca per un triennio. Il segnale è importante, perché si può associare alla fine dell’emergenza. Il precedente piano, infatti, datava maggio 2011, cinque anni che hanno completamente cambiato lo scenario operativo.

La nuova normalità in cui Ubi si troverà ad operare sarà però del tutto diversa dagli standard precedenti. Ed è in questo mutato panorama che Ubi dovrà misurarsi. Non si conoscono le direttrici del nuovo piano, ma è facile immaginare che dovrà coniugare l’impatto delle nuove tecnologie con la capacità di generare reddito in presenza di tassi per lungo tempo prossimi allo zero. Non sarà però solo questo. L’opera di razionalizzazione che sabato ha toccato i consigli di gruppo arriverà presto a interessare tutte le varie banche confluite nell’unione. Tempo un anno verranno integrate sette banche rete (Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Commercio & Industria, Regionale europea, Popolare di Ancona, Carime e della Valle Camonica). Un passo in avanti, necessario, per porsi con maggiore efficienza sul mercato. Ci saranno più servizi, prezzi più bassi e 7 ridondanti cda in meno.

Il risikoIl tutto dovrà poi confrontarsi con le ricorrenti ipotesi di risiko. Ubi è stata veramente a un passo dal chiudere un accordo con il Banco Popolare di Verona, prima che alcune rappresentanze territoriali tirassero il freno a mano. Ora, con il Banco proiettato verso l’unione con Bpm, la strategia aggregativa di Ubi va ripensata. Il boccone più goloso (ma forse anche più indigesto) è il Monte dei Paschi di Siena. Già in passato Ubi sembrava interessata alla possibilità di acquisire una parte delle attività del Monte, in particolare quelle a Nordest, un tempo raccolte sotto il cappello dell’Antonveneta. Ma Siena è contraria all’ipotesi spezzatino e pretende di essere considerata nella sua interezza. I prezzi di Borsa sono favorevoli – la scorsa settimana le azioni Mps sono nuovamente tornate sotto quota mezzo euro – ma un’operazione non sembra vedersi all’orizzonte. Così la miglior garanzia per il futuro, oltre al lavoro di Fabrizio Viola, è il 4 per cento del capitale – prossimo a diventare il 7 – in portafoglio al Ministero dell’Economia. Basterà a ridare appetibilità alla banca più antica al mondo? Lo sperano in molti.

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